01/10

Preghiera

O Padre sapientissimo ed ottimo, se non desidero altra cosa che te, ti ritrovi al fine di grazia, o Padre. (Soliloquia. I, 1.6)

 

Lettura

Libertà e giustizia

Chi ama la libertà, cerchi di essere libero dall’amore per le cose mutevoli; e chi ama il potere, si sottometta come suddito a Dio, l’unico che regna su tutto, amandolo più di se stesso. Questa è la perfetta giustizia, per la quale amiamo di più le cose di maggior conto e di meno quelle di minor conto. Ami dunque l’anima sapiente e perfetta, così come la vede, e quella stolta non in quanto tale, ma in quanto può essere perfetta e sapiente, giacché non deve amare neppure se stesso in quanto stolto. Infatti, chi ama se stesso in quanto stolto non farà progressi verso la sapienza e nessuno diventerà quale desidera essere, se non avrà odiato se stesso come è. Ma finché non avrà raggiunto la sapienza e la perfezione, sopporti la stoltezza del prossimo con la stessa disposizione d’animo con la quale sopporterebbe la propria, se fosse stolto e amasse la sapienza. Perciò, se la stessa superbia è un’ombra della vera libertà e del vero regno, anche per mezzo di essa la divina Provvidenza ci ricorda di che cosa noi peccatori siamo segni e dove dobbiamo ritornare, una volta ripresa la giusta via. (De vera religione 48, 93)

 

Per la riflessione

Un uomo giusto, nel corso della sua vita, si serve degli amici per ricambiare la gratitudine, dei nemici per esercitare la pazienza, di quelli ai quali può fare del bene per far loro del bene, di tutti per dar prova della sua bontà. (De vera religione 47, 91)

 

Pensiero agostiniano

La giustizia non è tale se non è nello stesso tempo prudente, forte e temperante. (Ep. 167, 2.6)

 

 

02/10

 

Preghiera

Signore, esca dalla mia bocca solo ciò che riguarda la tua gloria e la tua lode; non ciò che concerne le opere degli uomini che si compiono senza la tua volontà. (En. in Ps. 16, 4)

 

Lettura

Dio porta a compimento i suoi doni

Ascolta l’apostolo Paolo, come riconosce la grazia e come esige, poi, ciò che gli è dovuto. Ecco come egli riconosce la grazia: Prima ero bestemmiatore, persecutore e violento: ma ho conseguito misericordia (1Tim 1, 13). Egli si riconosce indegno della grazia del perdono e afferma di averla tuttavia conseguita, non per meriti suoi, ma per misericordia di Dio. E adesso ascoltalo mentre esige ciò che gli è dovuto, egli che prima diceva d’aver ricevuto la grazia non dovuta: Quanto a me, il mio sangue è versato già in libagione ed è giunto il tempo ch’io levi l’áncora. Ho combattuto il buon combattimento, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ormai è lì in serbo per me la corona di giustizia. Ormai richiede ciò che gli è dovuto, ormai esige ciò che gli spetta. Ascolta infatti le parole che seguono: che il Signore, giusto giudice, mi darà in compenso quel giorno (2Tim 4, 6-8). Prima, per ricevere la grazia aveva bisogno del Padre misericordioso; ora, per il premio della grazia fa appello al giudice giusto. Colui che non ha voluto condannare l’empio condannerà forse il fedele? E tuttavia, se ben rifletti, ti accorgerai che Dio ti ha dato dapprima la fede, grazie alla quale ti sei guadagnato il suo favore: non col tuo, infatti, hai guadagnato, perché ti sia dovuto qualcosa. Quando, dunque, Dio elargisce il premio dell’immortalità, egli corona i suoi doni, non i tuoi meriti. (In Io. Ev. 3, 10)

 

Per la riflessione

E’ Dio che corona in noi i doni della sua misericordia, a patto che noi camminiamo con perseveranza nella prima grazia che abbiamo ricevuto. (In Io. Ev. 3, 10)

 

Pensiero agostiniano

Quando non dovrà dunque essere glorificato colui che in noi non premierà i nostri meriti, ma i doni suoi? Esaltate il Signore, nostro Dio. (En. in Ps. 98, 8)

 

 

 

03/10

 

Preghiera

Signore, rimetti i miei peccati, non soltanto quelli della giovinezza e della mia ignoranza, [che ho commesso] prima di credere, ma anche questi che commetto, pur vivendo già nella fede, a cagione della debolezza e delle tenebre di questa vita. (En. in Ps. 24, 18)

 

Lettura

Grazia su grazia

Che vuol dire dunque: grazia su grazia? E’ mediante la fede che noi ci guadagniamo il favore di Dio; e siccome non meritavamo il perdono dei peccati, e ciononostante, benché immeritevoli, abbiamo ricevuto un tale dono, ecco la grazia. Che cosa è infatti la grazia? Un dono gratuito. Qualcosa che viene regalato, non qualcosa che è dovuto. Se essa ti fosse stata dovuta, il dartela sarebbe significato pagarti un debito, non farti una grazia. Se, poi, ti fosse stata veramente dovuta, tu saresti stato buono; se invece, come è vero, eri cattivo, vuol dire allora che hai creduto in colui che giustifica l’empio. Che significa, infatti, che Dio giustifica l’empio, se non che fa diventare pio l’empio? Pensa quale condanna pesava su di te per via della legge e che cosa hai ottenuto per via della grazia. Una volta ottenuta, poi, la grazia della fede, diventi giusto in virtù della fede. Infatti il giusto vive di fede (Rm 1, 17); e vivendo di fede, ti guadagni il favore di Dio; una volta che ti sei guadagnato il favore di Dio, vivendo di fede, riceverai in premio l’immortalità, la vita eterna. E anche questa è grazia. Per quale merito, infatti, ricevi la vita eterna? Per grazia. Poiché se la fede è grazia, e la vita eterna è la ricompensa della fede, può sembrare che Dio ci dia la vita eterna come qualcosa che ci è dovuto (dovuto, cioè, al fedele che l’ha meritata mediante la fede); siccome però la fede è una grazia, anche la vita eterna è una grazia legata ad un’altra grazia: grazia su grazia. (In Io. Ev. 3, 9)

 

Per la riflessione

Si deve intendere che i beni stessi meritati dall’uomo sono dono di Dio; quando per essi viene resa la vita eterna, che cosa si rende se non grazia su grazia? (Enchiridion de Fide, Spe et Caritate, 28.107)

 

Pensiero agostiniano

Mirabile esaltazione della grazia! Nessuno può venire se non è attratto. Se non vuoi sbagliare, non pretendere di giudicare se uno è attratto o non è attratto, né di stabilire perché viene attratto questo e non quello. (In Io. Ev. 26, 2)

 

 

04/10

 

Preghiera

O Padre sapientissimo ed ottimo, prego soltanto l’altissima tua clemenza che tu mi volga tutto verso di te e che non mi si creino ostacoli mentre tendo a te e mi conceda che io, mentre ancora porto e trascino questo mio corpo, sia temperante, forte, giusto e prudente, perfetto amatore e degno di apprendere la tua sapienza, degno di abitare e abitatore del beatissimo tuo regno. Amen. (Sol. I, 1,6)

 

Lettura

La virtù altro non è che l’amore sommo di Dio.

Quale altro sarà il bene supremo dell’uomo se non quello il cui possesso lo rende perfettamente beato? Ma questi è Dio soltanto, a cui di certo non siamo capaci di essere uniti se non mediante l’affetto, l’amore, la carità.

Posto che la virtù ci conduce alla vita beata, io affermerei che la virtù non è assolutamente niente altro se non l’amore sommo di Dio. E appunto il fatto di dire che la virtù è quadripartita, lo si dice, per quanto comprendo, in considerazione della varietà delle disposizioni che lo stesso amore assume. Così queste famose quattro virtù, la cui forza voglia il cielo che sia in tutti gli animi come i loro nomi sono in tutte le bocche, non esiterei a definirle anche così: la temperanza è l’amore integro che si dà a ciò che si ama; la fortezza è l’amore che tollera tutto agevolmente per ciò che si ama; la giustizia è l’amore che serve esclusivamente ciò che si ama e che, a causa di ciò, domina con rettitudine; la prudenza è l’amore che distingue con sagacia ciò che è utile da ciò che è nocivo. Ma, come abbiamo detto, questo amore non è di chiunque, ma di Dio, cioè del bene sommo, della somma sapienza e della somma armonia. (De moribus Ecclesiae Cath. I, 14.24-15.25)

 

Per la riflessione

Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto (Mt 7, 7). Non vi è nulla di nascosto che non sarà svelato (Mt 10, 26). Con l’amore si chiede, con l’amore si cerca, con l’amore si bussa, con l’amore si svela, con l’amore infine si rimane in quello che sarà stato svelato. (De moribus Ecclesiae cath. I, 17.31)

 

Pensiero agostiniano

Dobbiamo essere innamorati dell’eternità e dell’unità, se bramiamo essere stretti all’unico Dio e Signore nostro. (En. in Ps. 4, 10)

 

 

05/10

 

Preghiera

Tu sei grande, Signore, e volgi lo sguardo sugli umili, mentre gli eccelsi li vuoi conoscere da lontano e solo ai cuori contriti ti avvicini; non ti riveli ai superbi neppure se con la loro curiosa destrezza sappiano calcolare le stelle e l’arena, misurare gli spazi siderei ed esplorare le piste degli astri. (Conf. V, 3.3)

 

Lettura

Felice chi, oltre a conoscere Dio, lo glorifica

Signore, Dio di verità, basta la conoscenza di queste cose per piacerti? Infelice davvero chi conosce tutte quelle e ignora te; felice chi conosce te, anche se ignora quelle. Chi poi sa e di te e di quelle, non per quelle è più felice, ma per te solo felice, se, oltre a conoscerti, ti glorifica per ciò che sei e ti ringrazia, anziché sperdersi nei suoi vani pensieri. Chi sa di possedere un albero e ti è grato di goderlo, pur ignorando i cubiti della sua altezza o la sua estensione in larghezza, è migliore di chi lo misura e ne conteggia tutti i rami, però non lo possiede né riconosce il suo creatore né lo ama. Così all’uomo di fede il mondo intero con i suoi tesori appartiene (Pro 17, 6); forse non ha quasi nulla, eppure tutto possiede perché unito a te, padrone di tutto. Non importa se nemmeno conosce i giri delle Orse: solo uno stolto dubiterebbe che non sia in ogni caso migliore di chi sa misurare il cielo, enumerare le stelle, pesare gli elementi, però fa nessun conto di te, che ogni cosa hai disposto nella sua misura e numero e peso (Sap 11, 21). (Conf. V, 4.7)

 

Per la riflessione

È vanità esibire la scienza mondana anche quando la si possiede; è invece pietà riconoscerla come tua. (Conf. V, 5.8)

 

Pensiero agostiniano

La vita del corpo è l’anima; la vita dell’anima è Dio. (Sermo 161, 6.6)

 

 

06/10

 

Preghiera

Tu illuminerai la mia lucerna, Signore; tu, Dio mio, illuminerai le mie tenebre (Sal 17, 29). Tutti abbiamo attinto dalla tua pienezza (Gv 1, 16); tu sei il vero lume, il quale illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Gv 1, 9); perché non sei soggetto ad alterazione né ad ombra di mutamento (Gc 1, 17). (Conf. IV, 15.25)

 

Lettura

Cerchiamo la felicità in Dio

Se ti piacciono i corpi loda Dio per essi, rivolgi il tuo amore al loro artefice per evitare di spiacere a lui per il piacere delle cose. Se ti piacciono le anime, in Dio amale, poiché sono mutevoli anch’esse, ma in lui si fissano stabilmente, mentre altrove passerebbero e perirebbero. In lui amale dunque, rapisci a lui con te quante altre anime puoi e di’ loro: Amiamolo: lui è il creatore di queste cose e non ne è lontano, perché non le abbandonò dopo averle create, ma, venute da lui, in lui sono. Dov’è? dove si assapora la verità? È nell’intimo del cuore, ma il cuore errò lontano da lui. Rientrate nel vostro cuore, prevaricatori (Is 46, 8), e unitevi a colui che vi ha creati. Restate con lui e resterete saldi; riposate in lui e avrete riposo. Dove andate, alle tribolazioni? Dove andate? Il bene che amate deriva da lui, ma solo in quanto tende a lui è buono e soave; sarà invece giustamente amaro, perché ingiustamente si ama, lasciando lui, ciò che deriva da lui. Quale vantaggio ricavate dal vostro lungo e continuo camminare per vie aspre e penose? Non vi è quiete dove voi la cercate. Cercate ciò che cercate, ma non è lì, dove voi cercate. Voi cercate una vita felice in un paese di morte: non è lì. Come potrebbe essere una vita felice ove manca la vita? (Conf. IV, 12.18)

 

Per la riflessione

Dio delle virtù, rivolgi noi a te, mostra a noi il tuo viso e saremo salvi (Sal 79, 8). L’animo dell’uomo si volge or qua or là, ma dovunque fuori di te è affisso al dolore, anche se si affissa sulle bellezze esterne a te e a sé. Eppure non esisterebbero cose belle, se non derivassero da te. (Conf. IV, 10.15)

 

Pensiero agostiniano

Passa ogni bene terreno, ma non periscono le opere buone anche se compiute con i beni caduchi. (Ep. 220, 11)

 

 

07/10

 

Preghiera

O Dio Uno, tu, tu vieni in mio aiuto: somma concordia, somma chiarezza, somma attuosità, somma ricchezza, somma vita. (Soliloquia. I, 1.4)

 

Lettura

I puri di cuore vedranno Dio

Bisogna dunque essere in grado di godere in pienezza di quella verità che vive non soggetta a mutamenti e sapere che in tale verità Dio Trino, autore e creatore dell’universo, provvede alle cose che ha creato. A tal fine occorre purificare l’anima perché possa fissare quella luce e restare attaccata a quello che ha veduto. Questa purificazione consideriamola come una specie di cammino o di navigazione verso la patria. In realtà, per avvicinarci a colui che è presente dovunque, non ci si muove con moto locale, ma con buoni desideri e buoni costumi.

Una cosa di questo genere ci sarebbe impossibile se la stessa Sapienza non si fosse degnata abbassarsi fino alla nostra debolezza, veramente grande, e non ci avesse dato l’esempio di come vivere non scegliendo altra via che facendosi uomo, poiché noi siamo uomini. Ora, se è pacifico che noi andando a lui operiamo saggiamente, quanto a lui e alla sua venuta fra noi, l’uomo superbo ritenne che avesse agito quasi con stoltezza. Inoltre, siccome noi quando andiamo da lui acquistiamo vigore, si credette di lui che, venuto fra noi, si fosse come indebolito. Viceversa, quello che in Dio è stolto è più sapiente degli uomini e quello che in Dio è debole è più forte degli uomini (1Cor 1, 25). Essendo dunque Lui la patria, si è voluto fare per noi via per cui giungere alla patria. (De doctrina christ. I, 10-11)

 

Per la riflessione

Ha il cuore limpido, cioè puro, soltanto chi supera le lodi umane e nel vivere bene è attento soltanto a lui e a lui s’impegna d’esser gradito, perché egli soltanto è scrutatore della coscienza. (De sermone Domini in monte II, 1.1)

 

Pensiero agostiniano

Non puoi raggiungere Dio, se non ti elevi ad di sopra anche dell’anima; tanto meno riuscirai a raggiungerlo se permani nella carne. (In Io. Ev. 20, 11)

 

 

08/10

 

Preghiera

Signore, anche quando cammino in mezzo a questa vita, che è l’ombra della morte, non temerò il male, perché tu sei con me. (En. in Ps. 22, 4)

 

Lettura

L’uomo è capace di compiere il male, ma non di sanare se stesso

Con voce consona e con cuor concorde, pregando il Signore per lo stesso nostro cuore, abbiamo detto: Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo (Sal 50, 12). Su di questo, somministreremo a voi con la sua grazia quel tanto che egli stesso ci concederà. È il salmo di uno che si pente, che brama di recuperare la speranza perduta, che è abbattuto per la sua caduta e che supplica di essere rialzato dalla mano del Signore, perché, se è stato capace di farsi male da sé, non è però capace di risanarsi da sé. Infatti come noi siamo in grado di percuotere e ferire la nostra carne quando lo vogliamo, ma per sanarla dobbiamo chiamare il medico, e non abbiamo la capacità di sanarci come abbiamo la capacità di ferirci, allo stesso modo l’anima nostra ha in se stessa la possibilità di peccare, ma per rimediare a quello che ha rovinato peccando, deve implorare la mano del medico divino. Perciò è detto in un altro salmo: Io ho detto. Pietà di me, Signore, risanami; contro di te ho peccato (Sal 40, 5). Col dire: Io ho detto: Signore..., riconosce pienamente che la scelta e la possibilità di peccare nasce dall’anima e gli è sufficiente per perdersi, ma che solo Iddio può ricercare quel che era perduto e risanare quel che si era ferito. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto (Lc 19, 10). A lui, effondendo le nostre suppliche, diciamo: Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Così dica l’anima che ha peccato, perché non perisca col disperare più di quanto si è già perduta col peccare. (Sermo 20, 1)

 

Per la riflessione

Certo, prima di tutto dobbiamo sforzarci di non peccare, per non prendere col peccato, come con un serpente, familiarità e amicizia. (Sermo 20, 2)

 

Pensiero agostiniano

Il peccato o sarà punito da te, oppure da Dio; se da te, sarà senza tuo danno, se da Dio, sarà sulla tua pelle. Esso abbia in te il castigatore, perché tu possa trovare Dio come difensore. (Sermo 20, 2)

 

 

 

09/10

 

Preghiera

Tu illuminerai la mia lampada, Signore; Dio mio, illuminerai le mie tenebre (Sal 17, 29). Io sono nelle tenebre dei peccati. Fa’ sì che, con un raggio della tua sapienza, si dissipino le mie tenebre e si manifesti il tuo volto. E se, per mia colpa, questo tuo volto apparirà alquanto deforme, sia restaurato da te ciò che da te era stato formato. (En. in Ps. 66, 4)

 

Lettura

La morte di Cristo è caparra di immortalità

Oh beati! Crediamo veramente che saremo anche noi così? Suvvia! sospiriamo e il sospiro si tramuti in gemito. Cosa in realtà siamo per poter essere lassù? Esseri mortali, decaduti, abietti, terra e cenere. Ma colui che ce l’ha promesso è onnipotente. Se guardiamo a noi stessi cosa siamo? se guardiamo a lui, è Dio, è l’onnipotente. Non riuscirà a fare di un uomo un angelo, lui che ha fatto l’uomo dal nulla? ovvero, non si interesserà Dio dell’uomo, per il quale volle che morisse il suo Unigenito? Soffermiamoci a considerare i segni [che ci ha dati] del suo amore. Della promessa di Dio abbiamo ricevuto tale caparra: possediamo la morte e il sangue di Cristo. Chi è morto? Il Figlio unico. Per chi è morto? O magari fosse morto per dei buoni, per dei giusti! Ma è questa la realtà? Dice l’Apostolo: Infatti Cristo è morto per gli empi (Rom 5, 6). Colui che agli empi ha fatto dono della sua morte, cosa terrà in serbo ai giusti se non la sua vita? Si sollevi quindi la debolezza umana! non disperi, non si accasci, non si volga indietro dicendo: Io non ci sarò. Chi ha fatto la promessa è Dio: egli è già venuto per fare la promessa, è apparso agli uomini, è venuto per addossarsi la nostra morte e garantirci la sua vita. Venne nella terra del nostro esilio a prendere quaggiù ciò che quaggiù abbonda: gli obbrobri, i flagelli, gli schiaffi, gli sputi in viso, le ingiurie, la corona di spine, la crocifissione, la permanenza sulla croce, la morte. Tutte queste cose abbondano sulla nostra terra, ed egli venne a fare gli scambi. Cosa diede [venendo] quaggiù? cosa ricevette? Diede l’incoraggiamento, diede la dottrina, diede la remissione dei peccati; ricevette gli oltraggi, la morte, la croce. Dalla sua patria ci ha recato i beni, e nella nostra terra ha subito i mali. Comunque, ci ha promesso che abiteremo in quella patria, da cui egli è venuto e ha detto: Padre, voglio che dove sono io ivi siano anch’essi (Gv 17, 24). Con tanto amore ci ha prevenuti! È venuto da noi là dove noi ci trovavamo, noi saremo con lui là dove egli è. Cosa ti ha promesso Dio, o uomo mortale? Che vivrai in eterno. (En. in Ps. 148, 8)

 

Per la riflessione

E se Dio è morto per l’uomo, perché non dovrà l’uomo vivere [sempre] con Dio? Perché il mortale non potrà vivere in eterno, quando per lui è morto colui che vive in eterno? (En. in Ps. 148, 8)

 

Pensiero agostiniano

La pace della città celeste è l’unione sommamente ordinata e concorde di essere felici di Dio e scambievolmente in Dio. (De civ. Dei XIX, 13.1)

 

 

10/10

 

Preghiera

Venga a noi per farsi contemplare dagli occhi dello spirito il Dio bello, il Verbo presso Dio, bello in cielo, bello in terra; bello nel seno, bello nelle braccia dei genitori; bello nei miracoli, bello nei supplizi; bello nell’invitare alla vita, bello nel non curarsi della morte, bello nell’abbandonare la vita e bello nel riprenderla; bello nella croce, bello nel sepolcro, bello nel cielo. (Cf. En. in Ps. 44, 3)

 

Lettura

Trascendi l’anima per raggiungere Dio

Se ti fermi a ciò che l’anima erroneamente si costruisce, parlerai con la tua fantasia, non col Verbo di Dio: rimarrai vittima delle tue fantasie. Trascendi il corpo e comincia a gustare l’anima; trascendi anche l’anima e arriva a gustare Dio. Non puoi raggiungere Dio, se non ti elevi ad di sopra anche dell’anima; tanto meno riuscirai a raggiungerlo se permani nella carne. Quanto sono lontani dal gustare Dio coloro che si fermano alla sapienza della carne! Infatti non ci arriverebbero neppure con la sapienza dell’anima. La sapienza della carne allontana molto l’uomo da Dio; c’è molta distanza tra la carne e l’anima, ma ce n’è di più tra l’anima e Dio. Se tu abiti nella tua anima, ti trovi come in mezzo: se guardi giù, c’è il corpo; se guardi su, c’è Dio. Elèvati al di sopra del tuo corpo e oltrepassa anche te stesso. Tieni conto di ciò che il salmo dice e saprai come si deve gustare Dio: Le lacrime sono diventate il mio pane giorno e notte, mentre mi si ripete in ogni istante: Dov’è il tuo Dio? (Sal 41, 4). Quasi che i pagani ci provocassero dicendo: Ecco i nostri dèi; e il vostro Dio dov’è? Essi mostrano ciò che è visibile, noi adoriamo l’Invisibile. E a chi potremmo mostrarlo? all’uomo che non ha la possibilità di vederlo? Perché, se è vero che essi vedono i loro dèi con gli occhi, è altrettanto vero che abbiamo anche noi occhi per vedere il nostro Dio. Sono gli occhi che il nostro Dio deve purificare perché possiamo vederlo: Beati - infatti - i puri di cuore, perché essi vedranno Dio (Mt 5, 8). Così il salmista, dopo aver detto di essere turbato nel sentirsi dire continuamente dov’è il tuo Dio?, dice: mi sono ricordato di questo, che mi si dice continuamente: Dov’è il tuo Dio?; e come nel tentativo di afferrare il suo Dio, aggiunge: mi sono ricordato di questo e ho elevato sopra di me l’anima mia (Sal 41, 4-5). Cioè, per raggiungere il mio Dio, riguardo al quale mi sentivo dire: dov’è il tuo Dio?, ho elevato la mia anima non soltanto sopra la mia carne, ma anche al di sopra di me stesso: ho trasceso me stesso per raggiungere lui. Colui che mi ha creato è sopra di me: non lo raggiunge se non chi si eleva al di sopra di sé. (In Io. Ev. 20, 11)

 

Per la riflessione

E’ meglio non sapere che sbagliare: certamente, però, è meglio sapere che ignorare. Perciò, prima di tutto dobbiamo fare ogni sforzo per capire; se ci riusciremo, ringrazieremo Dio; ma se per ora non riusciremo a pervenire alla verità, ci sia almeno concesso di non cadere in errore. (In Io. Ev. 21, 1)

 

Pensiero agostiniano

Non è una piccola conoscenza il poter conoscere che cosa Dio non è, prima di sapere che cosa è. (De Trinitate VIII, 2.3)

 

 

11/10

 

Preghiera

O Padre sapientissimo ed ottimo, prego soltanto l’altissima tua clemenza che tu mi volga tutto verso di te e che non mi si creino ostacoli mentre tendo a te. (Sol. I, 1,6)

 

Lettura

Disprezzo per le realtà sensibili e amore per Dio

Le lusinghe del corpo sono riposte in tutte le cose con le quali il senso corporeo viene in contatto; è per questo che da molti sono chiamate anche sensibili. Tra di esse eccelle soprattutto questa luce a tutti nota, perché fra i nostri stessi sensi, dei quali l’anima si serve mediante il corpo, nessuno è preferibile agli occhi. Per questo nelle Sacre Scritture tutte le cose che cadono sotto i sensi sono significate con il nome di visibili. Così allora nel Nuovo Testamento ce ne è vietato l’amore: Perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne (2Cor 4, 18). Da ciò si può capire quanto siano lontani dal Cristianesimo coloro che pensano che il sole e la luna non solo devono essere amati, ma anche adorati. Che vediamo, infatti, se non vediamo il sole e la luna? Ora, ci è ingiunto di non rivolgerci alle cose che si vedono, le quali pertanto non devono essere neppure amate da colui che pensa di offrire a Dio un amore incontaminato. […] Dio solo dunque dobbiamo amare, mentre dobbiamo disprezzare tutto questo mondo, cioè tutte le cose sensibili, servendocene soltanto per le necessità di questa vita. (De moribus Ecclesiae cath. I, 20.37)

 

Per la riflessione

Nelle cose di questo genere, caduche e passeggere, l’uomo temperante ha una regola di vita fondata sull’uno e sull’altro Testamento: che non ami niente di esse, niente reputi desiderabile per se stesso, ma ne usi, in rapporto a quanto occorre per la necessità di questa vita e dei suoi uffici, con la moderazione di uno che se ne serve, non con la disposizione di uno che l’ama. (De moribus Ecclesiae cath. I, 21.39)

 

Pensiero agostiniano

Senza questo divino conforto, in tutte le altre gioie terrene si trova più desolazione che consolazione. (Ep. 130, 2.3)

 

 

12/10

 

Preghiera

Signore, hai salvato dalle angustie del timore la mia anima, onde possa servirti in libera carità. (En. in Ps. 30, I, 8)

 

Lettura

Le necessità della vita presente

Quali sono le angustie dalle quali vogliamo sia salvata la nostra anima? Chi potrà enumerarle? Chi saprà convenientemente riunirle? Chi ci raccomanderà sufficientemente di evitarle e di fuggirle? Innanzitutto nel genere umano è una dura realtà il non conoscere il cuore altrui, il pensare male il più delle volte dell’amico fedele, e altrettanto sovente pensare bene dell’amico infedele. O dura legge! E che puoi fare per penetrare nei cuori? Quale occhio presenterai, o debole mortalità degna di pianto? Che farai per vedere oggi il cuore del tuo fratello? Non hai di che fare. C’è un’altra indigenza ancora più grande: non vedi neanche quale sarà il tuo cuore domani. Che dire poi delle necessità proprie della stessa condizione mortale? Morire è necessario, e nessuno lo vuole. Nessuno vuole ciò che è necessario. Nessuno vuole ciò che avverrà, voglia o non voglia. Dura necessità, non volere ciò che non si può evitare. Infatti, se fosse possibile, certamente non vorremmo morire; e vorremmo diventare come gli angeli, ma con una qualche mutazione, non con la morte, come dice l’Apostolo: abbiamo un’abitazione da Dio, non manufatta ed eterna nei cieli. E perciò quaggiù gemiamo, bramando di essere rivestiti della nostra abitazione celeste; se pur saremo trovati vestiti e non nudi. Poiché noi che siamo in questa tenda, sospiriamo aggravati, perché non vogliamo essere spogliati, ma sopravvestiti, affinché ciò che è mortale sia assorbito dalla vita (2Cor 5, 1-4). Vogliamo giungere al regno di Dio, ma non vogliamo arrivarci attraverso la morte; e tuttavia la necessità ti dice: tramite questa verrai. Temi tu, o uomo, di passare attraverso la morte, quando attraverso di essa è venuto a te Dio? E ancora, quali sono le schiavitù delle antiche cupidigie e delle vecchie abitudini malvagie che dobbiamo vincere? Vincere l’abitudine è una dura battaglia, lo sai. Vedi quanto male agisci, in qual maniera esecrabile e infelice: e tuttavia lo fai; lo hai fatto ieri, lo farai oggi. Se così ti dispiace quando lo espongo, come ti dovrebbe dispiacere quando lo pensi? E tuttavia lo farai. Da che cosa sei afferrato? Chi ti trascina prigioniero? Forse quella legge nelle tue membra che si oppone alla legge della tua mente? Ebbene, grida: infelice uomo che io sono, chi mi libererà da questo corpo di morte? La grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore (Rom 7, 23); e si compirà in te ciò che abbiamo detto ora: io invece nel Signore ho sperato; esulterò, gioirò nella tua misericordia; perché hai guardato la mia umiliazione, hai salvato dalle angustie la mia anima. In che modo infatti la tua anima è stata salvata dalle angustie, se non perché è stata vista la tua umiltà? (En. in Ps. 30, II, d.1, 13)

 

Per la riflessione

Se prima non ti fossi umiliato, non ti esaudirebbe Colui che ti libera dalle angustie. Si è umiliato chi dice: infelice uomo che io sono, chi mi libererà da questo corpo di morte? (En. in Ps. 30, II, d.1, 13)

 

Pensiero agostiniano

La pace deve essere nella volontà e la guerra solo una necessità, affinché Dio ci liberi dalla necessità e ci conservi nella pace. (Ep. 189, 6)

 

 

13/10

 

Preghiera

O Dio Uno, tu, tu vieni in mio aiuto: per le tue leggi ruotano i poli, le stelle compiono le loro orbite, il sole rinnova il giorno, la luna soffonde la notte. (Solil. I, 1.4)

 

Lettura

E’ naturale provvedere alle necessità del proprio ufficio

Quando osserviamo che un servo di Dio s’impegna affinché questi utili non manchino per sé o per coloro che sono affidati alla sua accuratezza, si deve evitare con decisione di giudicare che agisce contro il comando del Signore e che è ansioso per il domani. Il Signore stesso, al quale provvedevano gli angeli, tuttavia a titolo di esempio, affinché in seguito nessuno ne menasse scandalo, dopo avere incaricato qualcuno dei suoi di provvedere il necessario, si degnò di avere le borse col denaro, da cui ricavare tutto ciò che occorresse alle esigenze indispensabili. E custode e ladro delle borse, come si ha nella Scrittura, fu Giuda che lo tradì. Può sembrare che anche l’apostolo Paolo fu ansioso per il domani, quando scrisse: Quanto alle collette in favore dei fratelli fate anche voi, come ho ordinato alle chiese della Galazia. Ogni primo giorno della settimana ciascuno metta da parte quel che gli è riuscito di risparmiare, affinché non si facciano le collette proprio quando verrò io. Quando poi giungerò, manderò quelli che avete scelto mediante lettera a portare il dono della vostra liberalità a Gerusalemme. (At 11, 27ss) (De sermone Domini in monte II, 17.57)

Per la riflessione

Tutta la normativa si riduce a questo principio che anche nell’approvvigionamento degli utili teniamo presente il regno di Dio e che non teniamo presenti essi nel servizio al regno di Dio. (De sermone Domini in monte II, 17.58)

 

Pensiero agostiniano

L’uomo faccia tutto quel che gli è possibile per salvare anche la salute fisica dei suoi prossimi; ma se si giungesse a quell’estremo che a tale salute non si può provvedere se non attraverso il peccato, si convinca che a lui non resta nulla da fare. (Contra mendacium 17, 34)

 

 

14/10

 

Preghiera

Lontano, Signore, lontano dal cuore del tuo servo che si confessa a te, lontano il pensiero che qualsiasi godimento possa rendermi felice. C’è un godimento che non è concesso agli empi, ma a coloro che ti servono per puro amore, e il loro godimento sei tu stesso. (Conf. X, 22.32)

 

Lettura

La vita contemplativa, attiva e mista

Riguardo poi ai tre tipi di vita: dedito agli studi, attivo e misto, sebbene, salva la fede, si possa in ognuno di essi trascorrere la vita e giungere al premio eterno, importa tuttavia che cosa si raggiunga nella ricerca della verità e che cosa s’impegni per dovere di carità. Così non si deve essere dediti allo studio al punto che non si pensi al bene del prossimo, né così attivi che non si ricerchi la contemplazione di Dio. Nella contemplazione non si deve ricercare un riposo inerte, ma la ricerca e il raggiungimento della verità, in maniera che si abbia un progresso e non si rifiuti all’altro quel che si è raggiunto. Nella vita attiva non si devono amare le dignità in questa vita o il potere, poiché tutto è vanità sotto il sole (Eccle 1, 14), ma l’attività stessa che si esercita con la dignità o potere, se si esercita con onestà e vantaggio, cioè affinché contribuisca a quel benessere dei sudditi che è secondo Dio. (De civ. Dei XIX, 19)

 

Per la riflessione

L’amore della verità cerca un religioso disimpegno, l’obbligo della carità accetta un onesto impegno. E se questo fardello non viene imposto, si deve attendere e ricercare e intuire la verità, e se viene imposto, si deve accettarlo per obbligo di carità, ma anche in questo caso non si deve abbandonare del tutto il diletto della verità, affinché non venga a cessare quell’attrattiva e non opprima questa obbligazione. (De civ. Dei XIX, 19)

 

Pensiero agostiniano

Non è vera saggezza quella la quale, nelle azioni che giudica con la prudenza, compie con la fortezza, frena con la temperanza, distribuisce con la giustizia, non orienta la propria scelta a quel fine in cui Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15, 28), in un’eternità certa e in una pace definitiva. (De civ. Dei XIX, 20)

 

 

15/10

 

Preghiera

Queste le tentazioni che ci tentano quotidianamente, Signore, ci tentano senza tregua. Un crogiuolo quotidiano è per noi la lingua degli uomini. Tu ci comandi la mortificazione anche a questo proposito. Ebbene, da’ ciò che comandi e comanda ciò che vuoi. Conosci i gemiti del mio cuore a questo riguardo e i fiumi dei miei occhi. (Conf. X, 37.60)

 

Lettura

Il vero progresso spirituale

Quando una persona comincia a disporre le sue ascensioni o, per dirla più apertamente, quando un cristiano comincia a pensare sul serio al progresso [spirituale], subito gli tocca subire le critiche degli avversari linguacciuti. Se uno non ne ha ancora subite, è segno che non ha fatto progressi; chi non ne subisce mai, a progredire non ha nemmeno cominciato. Vuol comprendere [un uomo siffatto] che cosa stiamo dicendo? Avanti! Faccia l’esperienza delle cose che stiamo insieme ascoltando. Cominci a progredire, cominci ad ascendere almeno con la volontà. Si decida a disprezzare le cose terrene, caduche e temporali; disprezzi la felicità offerta dal mondo; pensi a Dio solo. Non riponga la sua gioia nei guadagni; se gli capita un rovescio di fortuna, non s’avvilisca; sia disposto a vendere tutti i suoi averi per darli ai poveri e così seguire Cristo. Vedremo poi come egli saprà diportarsi di fronte alle critiche dei diffamatori, di coloro che gli muoveranno obiezioni a non finire e, quel che è peggio, che vorranno allontanarlo dalla via della salvezza a forza di (saggi!) consigli. Se infatti uno si erge a consigliere di un altro, lo fa perché vuol provvedere alla sua salute, perché ha da suggerirgli qualcosa di vantaggioso. In realtà quel tale, mentre vuol dare suggerimenti [utili alla salute], lo ostacola nella via della salute. E proprio per questo, perché cioè sotto il manto del consigliere nasconde il veleno dell’omicida, lo si qualifica come lingua ingannatrice. Ecco perché il salmista, dando inizio alle sue ascensioni, rivolge a Dio una preghiera contro le male lingue e dice: O Signore, mentre ero tribolato io ho gridato a te e tu mi hai esaudito. Come lo ha esaudito? Collocandolo sui gradini per i quali si ascende. (En. in Ps. 119, 3)

 

Per la riflessione

Prega contro chi ti parla così, se vuoi ascendere, e di’ al tuo Dio: O Signore, libera l’anima mia dalle labbra maligne e dalla lingua ingannatrice. (En. in Ps. 119, 4)

 

Pensiero agostiniano

Combatti, continua a combattere, poiché è tuo giudice colui che ti ha rigenerato: ti ha proposto la lotta, ti prepara la corona. (Sermo 57, 9.9)

 

 

16/10

 

Preghiera

Quando mi sarò unito a te con tutto me stesso, non esisterà per me dolore e pena dovunque. Sarà vera vita la mia vita, tutta piena di te. Tu sollevi chi riempi; io ora, non essendo pieno di te, sono un peso per me. (Conf. X, 28.39)

 

Lettura

Benedire con la lingua e con le opere

Perché in questo il Signore ha ordinato la benedizione. Dov’è che l’ha ordinata? Tra i fratelli che vivono nell’unità. Là è stata ordinata la benedizione e là difatti benedicono il Signore coloro che abitano concordi. Se sei in discordia non benedici il Signore. È inutile che la tua lingua risuoni di benedizioni al Signore quando non le fai risuonare col cuore. Benediresti con la bocca e malediresti col cuore. Benedicevano con la bocca e maledicevano col cuore (Sal 61, 5). Sono forse parole nostre queste? Ci sono [però] raffigurati [benissimo] certi individui! Ecco, ti metti a pregare benedicendo il Signore, poi alla tua preghiera fai seguire la maledizione contro il tuo nemico. È forse questo l’insegnamento che hai appreso dal tuo Maestro quando diceva: Amate i vostri nemici (Mt 5, 44)? Se viceversa pratichi il comandamento di amare il tuo nemico e preghi per lui, in questo certamente il Signore ha ordinato la sua benedizione, in questo troverai davvero la vita che dura nel secolo, cioè in eterno. Capita infatti, anzi è il caso di molti, che chi ama la vita presente maledica i propri nemici. E perché mai se non per l’attaccamento a questa vita e ai propri vantaggi materiali? Dov’è che il tuo nemico ti ha creato molestie per cui l’hai dovuto maledire? Sulla terra certamente. Ebbene, cambia sede, abita in cielo. Ma - replicherai - come farò ad abitare in cielo, rivestito come sono di carne e immerso nella carne? Inizia a muoverti col cuore verso la meta dove dovrai arrivare [anche] col corpo. Non ascoltare a orecchi turati l’invito: In alto i cuori! Eleva il cuore in alto e, una volta in cielo, nessuno ti creerà molestie. (En. in Ps. 132, 13)

 

Per la riflessione

Da Sion ti benedica il Signore, che ha fatto il cielo e la terra. Esorta varie persone a benedire [il Signore], ma lui benedice uno solo, poiché dei molti egli ha fatto un solo uomo, essendo cosa buona e gioconda il convivere dei fratelli nell’unità (Sal 132, 1). Fratelli è di numero plurale, ma nell’unità è singolare. (En. in Ps. 133, 3)

 

Pensiero agostiniano

Adorate il Signore nel suo santo atrio. Adorate il Signore nel vostro cuore dilatato e santificato: poiché voi siete la sua regale e santa dimora. (En. in Ps. 28, 2)

 

 

17/10

 

Preghiera

Ricordati delle opere della tua misericordia, o Signore, perché gli uomini credono che tu te ne sia dimenticato. […] Perché, scacciato da te dal paradiso ed esiliato in una lontanissima regione, da me non posso tornare, se tu non vieni incontro al mio errare; il mio ritorno infatti ha sperato nella tua misericordia per tutto il tempo della vita terrena. (En. in Ps. 24, 5-6)

 

Lettura

Dio è misericordioso e giusto

Verrà il giudizio che renderà a ciascuno secondo i meriti: i beni ai buoni, i mali ai cattivi. Cerchiamo di essere buoni e aspettiamo serenamente il giudice.

Fratelli miei, ascoltate in modo particolare quanto sto ora per dire. Non voglio considerare con te le cose passate. Da oggi in poi cambia te stesso, il domani ti trovi diverso. Noi, nel nostro pervertimento, vorremmo Dio tanto misericordioso, da essere ingiusto. Altri al contrario, confidando troppo nella propria giustizia, lo vorrebbero tanto giusto da non volerlo misericordioso. Dio invece si presenta l’uno e l’altro, si mostra l’uno e l’altro. La sua misericordia non condiziona la sua giustizia né la sua giustizia elimina la misericordia. È misericordioso ed è giusto. Donde abbiamo la prova che è misericordioso? Dal fatto che ora risparmia i peccatori e concede il perdono a chi si pente. Donde abbiamo la prova che è giusto? Dal fatto che verrà il giorno del giudizio, che ora differisce ma non esclude. E allora, quando verrà, renderà a ciascuno secondo i meriti. O volete che dia a coloro che gli sono rimasti nemici quanto dà a coloro che si sono convertiti a lui? Fratelli, vi sembra giusto che Giuda venga posto dove è stato posto Pietro? Anche Giuda sarebbe stato posto dove è Pietro se si fosse emendato. Ma, abbandonata la speranza del perdono, preferì impiccarsi anziché implorare la clemenza del Re. (Sermo 22, 4-5)

 

Per la riflessione

Ciascuno pensi ai suoi peccati e si liberi ora da essi, finché c’è tempo. Sia fruttuoso il dolore, non sia sterile il pentimento. (Sermo 22, 6)

 

Pensiero agostiniano

Quando vedrai che la tua preghiera non è allontanata da te, sta’ tranquillo! non è rimossa da te neppure la sua misericordia. (En. in Ps. 65, 24)

 

 

18/10

 

Preghiera

Perché la tua misericordia è davanti ai miei occhi, e mi sono compiaciuto nella tua verità. Cioè: non mi sono compiaciuto nell’uomo, ma mi sono compiaciuto in te nell’intimo, dove tu solo vedi; e non ho paura di dispiacere in ciò che gli uomini vedono. (En. in Ps. 25, II, 8)

 

Lettura

La lode che ha fine

Chi loda Dio con la lingua, non sempre può farlo; chi invece lo loda con la vita, può sempre farlo. Sempre bisogna attuare opere di misericordia, sentimenti di carità, pietà religiosa, castità incorrotta, sobrietà modesta; sia che siamo in pubblico, o in casa, in mezzo agli uomini, nella nostra stanza, quando parliamo e quando taciamo, quando siamo impegnati in qualche lavoro o siamo liberi da impegni; sempre bisogna osservare quei doveri; perché queste virtù che ho nominato sono dentro di noi. E potrei mai nominarle tutte? Esse sono come un esercito di un generale che ha il suo comando dentro la tua mente. Come il generale, per mezzo del suo esercito, attua ciò che più gli piace, così il Signore nostro Gesù Cristo, incominciando ad abitare nell’intimo dell’uomo, cioè nella nostra mente per mezzo della fede, usa di queste virtù come dei suoi ministri. E per mezzo di queste virtù, che non possono essere viste con gli occhi, e che tuttavia, se nominate, vengono lodate (non verrebbero lodate se non fossero amate, non sarebbero amate se non si vedessero; se non si possono amare senza che si vedano, sono però viste da un altro occhio, cioè, dallo sguardo interiore del cuore), per mezzo di queste virtù invisibili vengono mosse le membra in modo visibile: i piedi per camminare; ma dove? dove li possa muovere la buona volontà, che milita sotto un buon generale. Le mani per operare; ma che cosa? ciò che la carità avrà comandato, interiormente suscitata dallo Spirito Santo. Le membra dunque si vedono quando si muovono, ma colui che comanda al di dentro non si vede. (In 1 Io. Ep. 8, 1)

 

Per la riflessione

E chi sia dentro a comandare, lo sa propriamente solo colui che comanda e colui che dentro riceve il comando. (In 1 Io. Ep. 8, 1)

 

Pensiero agostiniano

Interrompi la lode di Dio quando ti allontani dalla giustizia e da ciò che a lui piace. (En. in Ps. 148, 2)

 

 

19/10

 

Preghiera

O Bontà onnipotente, che ti prendi cura di ciascuno di noi come se avessi solo lui da curare, e di tutti come di ciascuno. (Conf. III, 11.19)

 

Lettura

Dio parla in varie maniere

Molti sono i modi con cui Dio parla a noi. A volte ci parla tramite qualche documento, come attraverso il libro delle sacre Scritture. Parla tramite qualche elemento del mondo, come ha parlato ai magi attraverso una stella. Che cosa è il parlare se non la manifestazione della volontà? Parla tramite la sorte, come ha parlato nella scelta di Mattia al posto di Giuda. Parla tramite l’essere umano, come attraverso il profeta. Parla tramite l’angelo, come sappiamo abbia parlato ad alcuni dei patriarchi, dei profeti e degli Apostoli. Parla tramite una qualche creatura fatta di voce e di suono, come leggiamo e crediamo siano scese delle voci dal cielo, pur non vedendosi nessuno con gli occhi. Infine all’uomo stesso Dio parla, non esternamente tramite le sue orecchie o gli occhi, ma interiormente, nell’anima, in varie maniere: o in sogno, come è scritto che parlò a Labano l’arameo, perché non facesse alcun male al suo servo Giacobbe, e al faraone per annunciargli sette anni di abbondanza e altrettanti di carestia. Oppure inebriando lo spirito dell’uomo, ciò che i greci chiamano estasi, come a Pietro, mentre era intento alla preghiera, apparve un recipiente, che veniva calato dal cielo, pieno di simboli dei pagani che avrebbero creduto; o infine nella stessa mente, quando ciascuno intuisce l’autorità o la volontà di Dio, come Pietro da quella stessa visione conobbe, riflettendo fra sé, quanto il Signore voleva che facesse. Nessuno può conoscere ciò che Dio vuole, se interiormente non risuona un certo tacito grido della verità. Dio parla inoltre nella coscienza dei buoni e dei cattivi. (Sermo 12, 4)

 

Per la riflessione

Nessuno può rettamente approvare quanto fa di bene e disapprovare quanto fa di male se non per quella voce della verità che loda o disapprova queste cose nel silenzio del cuore. (Sermo 12, 4)

 

Pensiero agostiniano

La verità talora è dolce, talora amara. Quando è dolce, perdona; quando è amara, guarisce. (Ep. 247, 1)

 

 

20/10

 

Preghiera

Gli occhi miei sempre verso Dio; perché egli districherà dal laccio i miei piedi. Non avrò timore dei pericoli terreni, finché non guardo la terra; perché colui che io guardo libererà dal laccio i miei piedi. (En. in Ps. 24, 15)

 

Lettura

Cristo medico dell’umanità

Come quando i medici fasciano le ferite lo fanno non alla buona ma con arte, per cui dalla fasciatura deriva non solo un’utilità ma anche una specie di bellezza, così è stato della medicina della Sapienza quando, assumendo l’umanità, si è adeguata alle nostre ferite. Certuni li ha curati con rimedi contrari, altri con rimedi congeneri. Si è comportata come colui che cura le ferite del corpo. Usa, a volte, rimedi contrari, come quando applica cose fredde a ciò che è caldo, cose bagnate a ciò che è asciutto o altri simili rimedi. Usa anche dei rimedi congeneri, come una benda rotonda a una ferita rotonda, una benda allungata per una ferita di forma allungata e, quando esegue la fasciatura, non la fa identica per tutte le membra, ma fatta su misura per ogni singolo membro. Così fece la Sapienza di Dio quando volle curare l’uomo: per guarirlo gli offrì se stessa e divenne medico e medicina. Pertanto, siccome l’uomo era caduto a causa della superbia, per guarirlo usò l’umiltà. Fummo ingannati dalla astuta sapienza del serpente; veniamo liberati dalla stoltezza di Dio. Ma come Egli, che si chiamava Sapienza - era però stoltezza per quanti disprezzano Dio -, così, di nuovo, Egli, chiamato stoltezza, è Sapienza per quanti vincono il diavolo. Noi usammo male dell’immortalità e ci procurammo la morte; Cristo, usando bene della sua condizione mortale, ha fatto sì che riavessimo la vita. Corrotto che fu l’animo di una donna, entrò nel mondo la malattia; la salute è a noi derivata dal corpo di una donna rimasto integro. (De doctrina christ. I, 14.13)

 

Per la riflessione

Ora si aspetta che venga dal cielo giudice dei vivi e dei morti: così Egli incute ai pigri un gran timore che li fa convertire e diventare premurosi e fa sì che lo desiderino vivendo bene piuttosto che temerlo comportandosi male. (De doctrina christ. I, 15.14)

 

Pensiero agostiniano

Quale empietà si può sanare, se non si sana con la carità del Figlio di Dio? (De agone christ. 11.12)

 

 

21/10

 

Preghiera

Rendiamo grazie al Signore Dio nostro, tributiamo ampie lodi a quel Dio al quale si deve l’inno in Sion (Sal 64, 2). (Sermo 24, 1)

 

Lettura

Tutto riceviamo da Dio

I suoi giudizi sono imperscrutabili. L’hai ascoltato; ti basti. E le sue vie impervie. Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore o chi è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo, per avere il contraccambio? (Rom 11, 33ss) Chi gli ha dato qualcosa per primo, se tutto ha ricevuto e gratuitamente? Chi gli ha dato qualcosa per primo, per avere il contraccambio? Se il Signore volesse ricambiare alla pari, non avrebbe di che erogare se non la pena meritata. Nulla gli hanno dato [gli uomini] per cui li debba ricompensare. Li salverai gratuitamente (Sal 55, 8). Chi gli ha dato qualcosa per primo, quasi in grazia dei propri meriti? Chi gli ha dato qualcosa per primo, cioè chi ha prevenuto la grazia che viene accordata gratuitamente? Se qualche merito previene la grazia, non la si accorda più gratuitamente, ma la si rende come compenso d’un debito. Se però non la si accorda gratuitamente, perché chiamarla grazia? Orbene, chi gli ha dato qualcosa per primo, per avere il contraccambio? Poiché da lui e per mezzo di lui e in lui sono tutte le cose (Rom 11, 35ss). Quali cose, in una parola, se non la totalità dei beni che abbiamo ricevuti da lui, e li abbiamo ricevuti perché fossimo buoni? Difatti ogni regalo eccellente e ogni dono perfetto viene dall’alto, discende dal Padre delle luci presso il quale non vi è cambiamento (Gc 1, 17). Ecco, tu ti sei cambiato in peggio. Ti ha soccorso però colui presso il quale non c’è cambiamento. Colui presso il quale non c’è cambiamento né ombra di variazione: poiché tu giaci nelle tenebre della tua notte. (Sermo 26, 14)

 

Per la riflessione

Da lui è ogni cosa. Nessuno gli ha dato qualcosa per primo; nessuno pretenda di esigere da lui qualcosa come se gli fosse dovuta. (Sermo 26, 14)

 

Pensiero agostiniano

Se sosteniamo che la grazia è stata preceduta dal merito, non è più grazia. (In Io. Ev. 86, 2)

 

 

22/10

 

Preghiera

Signore, hai dilatato i miei passi sotto di me: non faranno ostacolo le angustie carnali, perché hai dilatato la mia carità che opera con letizia anche nelle stesse membra e cose mortali, che sono al di sotto di me. (En. in Ps. 17, 37)

 

Lettura

Medicina: beneficio verso il corpo

L’uomo, come appare all’uomo, è un’anima razionale che si serve di un corpo mortale e terreno. Quindi chi ama il prossimo, fa del bene in parte al corpo dell’uomo, in parte alla sua anima. Il beneficio che riguarda il corpo si chiama medicina, quello invece che riguarda l’anima disciplina. Senonché qui chiamo medicina tutto ciò che protegge il corpo o ne ristabilisce la salute. Ad essa pertanto appartengono non solo le cose che procura l’arte di coloro che sono chiamati propriamente medici, ma anche cibi e bevande, vestiti e abitazioni, infine ogni difesa e riparo a cui il nostro corpo ricorre anche contro i colpi esterni e le sventure. Infatti la fame e la sete, il freddo e il caldo e tutto ciò che dall’esterno ci colpisce gravemente, non consentono di conservare la salute della quale ora si tratta.

Per questo coloro che, per dovere e per umanità, forniscono i mezzi per resistere ai mali e alle contrarietà di questo genere, vengono chiamati misericordiosi, anche se sono così saggi da non provare più alcun dolore dell’animo. Chi non sa infatti che la misericordia è chiamata tale dal fatto che rende sensibile alla miseria il cuore di colui che prova dolore per il male altrui? E chi non concede che il saggio deve essere libero da ogni miseria quando viene in aiuto del povero, quando dà il cibo all’affamato e da bere all’assetato, quando riveste l’ignudo, quando accoglie nella sua casa il pellegrino, quando libera l’oppresso, quando infine spinge la sua umanità fino a dare sepoltura ai morti? Quantunque faccia ciò con spirito sereno, non stimolato dagli aculei del dolore, ma mosso dal dovere della bontà, tuttavia dovrà essere chiamato misericordioso. (De moribus Ecclesiae cath. I, 27.52-53)

 

Per la riflessione

Chi ama il prossimo, fa’ quanto può perché sia sano nel corpo e nell’anima; ma la cura del corpo deve essere riportata alla salute dell’anima. (De moribus Ecclesiae cath. I, 28.56)

 

Pensiero agostiniano

Lo stesso amore reclama l’obbligo di servire con carità i fratelli e di aiutare, per quanto possiamo, chi vuol essere aiutato rettamente. (Ep. 110, 5)

 

 

23/10

 

Preghiera

Ascolta me, mio Dio, mio Signore, mio re, mio padre, mio fattore, mia speranza; ascolta, ascolta, ascolta me nella maniera tua, soltanto a pochi ben nota. (Solil. I, 1.4)

 

Lettura

Disciplina: beneficio verso l’anima

Per quanto attiene poi alla disciplina, per mezzo della quale nell’animo stesso s’instaura la salute in assenza della quale la salute del corpo non vale niente per scacciare le miserie, la questione è difficilissima. Nel corpo, dicevamo, una cosa è curare malattie e ferite (che pochi uomini possono far bene), un’altra invece calmare la fame e la sete e tutti gli altri bisogni, a proposito dei quali si concede generalmente e dappertutto che l’uomo venga in aiuto dell’uomo. Così è dell’anima nella quale esistono bisogni che non richiedono affatto un’eccellenza e una rara maestria, come è il caso in cui, per esempio, esortiamo ed ammoniamo a dare ai bisognosi quei soccorsi che, abbiamo detto, è un dovere dare al corpo. Quando infatti facciamo queste cose, veniamo in aiuto del corpo; quando invece insegniamo a farle, veniamo in aiuto dell’anima mediante la disciplina. Tuttavia esistono altri casi nei quali le molte e varie malattie dell’anima si guariscono con un rimedio grande e del tutto indicibile. E se non fosse Dio a mandare questa medicina ai popoli, non rimarrebbe speranza alcuna di salvezza, tanto smodata è la progressione di coloro che peccano. Pertanto, se si ricerca più in alto l’origine delle cose, si trova che anche la salute del corpo da niente altro è potuta venire agli uomini, se non da Dio, al quale bisogna attribuire lo stato e la prosperità di tutte le cose. (De moribus Ecclesiae cath. I, 28.55)

 

Per la riflessione

Questa disciplina, della quale ora trattiamo e che è la medicina dell’anima, per quanto ci è dato di ricavare dalle stesse divine Scritture, si divide in due parti: la repressione e l’istruzione. La repressione si ottiene con il timore, l’istruzione con l’amore, con quell’amore, dico, verso la persona a cui si viene in aiuto mediante la disciplina. Infatti chi viene in aiuto né reprime né istruisce se non ama. (De moribus Ecclesiae cath. I, 28.56)

 

Pensiero agostiniano

Nessuno loda Dio senza che il canto della sua bocca s’accordi con le opere, amando Dio e il prossimo. (Sermo 33, 5)

 

 

24/10

 

Preghiera

Guarda, Signore, con misericordia a queste incoerenze e libera noi che ora t’invochiamo; liberane pure coloro che ancora non t’invocano, sì che possano invocarti ed esserne liberati. (Conf. I, 10.16)

 

Lettura

La grazia è necessaria nel compiere il bene

In realtà la piena osservanza della Legge è l’amore (Rom 13, 10) e l’amore è stato diffuso nei nostri cuori, non per mezzo di noi stessi né delle forze della nostra volontà, ma per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato largito (Rom 5, 5).

Il libero arbitrio è quindi capace di compiere il bene, ma solo se sorretto dall’aiuto di Dio che si ottiene col pregare e col fare umilmente le opere buone; esso al contrario, senza l’aiuto di Dio, quale che possa essere la sua conoscenza della Legge, non arriverà in alcun modo a costruire il solido edificio della propria santificazione, ma si gonfierà d’empia superbia e di dannosa vanagloria. Questa verità ci viene insegnata nella stessa preghiera del Signore. Sarebbe infatti inutile supplicare Dio chiedendogli di: Non indurci in tentazione (Rom 6, 13), se ciò dipendesse dalle nostre forze e fossimo capaci di non cadere in tentazione senza l’aiuto di Dio. Poiché non indurci in tentazione vuol dire: Non permettere che vi cadiamo abbandonandoci a noi stessi. Poiché Dio - dice l’Apostolo - è fedele e non permetterà che siate tentati al di sopra delle vostre forze, ma, permettendo la tentazione, farà pure in modo che abbiate la forza di vincerla (1Cor 10, 13). Perché mai l’Apostolo disse che Dio farà ciò, se dipende esclusivamente dalle nostre forze senza l’aiuto di Dio? (Ep. 157, 2, 4-5)

 

Per la riflessione

Beata la creatura che non conobbe stato diverso. Ma pure il suo stato sarebbe diverso, se, appena creata, il tuo dono, che è portato sopra tutto ciò che è mutevole, non l’avesse immediatamente elevata con quel tuo appello: Sia fatta la luce, e non fosse stata fatta la luce (Gn 1, 3). Per noi il tempo in cui fummo tenebre è distinto da quello in cui diveniamo luce (Ef 5, 8). (Conf. XIII, 10.11)

 

Pensiero agostiniano

La prima libertà consiste nell’essere esenti da crimini. (In Io. Ev. 41, 9)

 

 

25/10

 

Preghiera

Ho camminato nella mia innocenza, e sperando nel Signore non sarò smosso. Perché, se avessi sperato nell’uomo, forse avrei visto una qualche volta quest’uomo vivere male e non seguire quelle buone vie che ha imparato o insegna nella Chiesa, ma seguire quelle che il diavolo indica; e poiché la mia speranza era riposta nell’uomo, vacillando l’uomo, vacillerebbe la mia speranza, e cadendo l’uomo cadrebbe la mia speranza; ma siccome spero nel Signore, non sarò smosso. (En. in Ps. 25, II, 6)

 

Lettura

La volontà è misura di tutte le azioni

L’uomo misura le sue buone azioni in rapporto alla sua volontà, la quale perciò sarà pure misura della sua felicità. Allo stesso modo il malvagio misura le sue azioni cattive in rapporto alla propria volontà, che sarà quindi la misura della sua infelicità; poiché per la stessa facoltà per cui uno è buono quando vuole il bene, è cattivo quando vuole il male. Per questo stesso motivo ognuno diviene felice o infelice a seconda della disposizione della propria volontà, ch’è la misura di tutte le azioni e di ciò che uno merita. Poiché tanto le azioni buone quanto i peccati li misuriamo in rapporto alla diversa natura della volontà dei singoli e non alla durata del tempo in cui si commettono. Altrimenti sarebbe più grave il peccato di abbattere una pianta che quello di uccidere una persona, in quanto la prima azione richiede un lasso di tempo piuttosto lungo e molti colpi, mentre l’altra si compie con un sol colpo e in brevissimo tempo. Però, anche se il colpevole d’omicidio fosse punito con la deportazione a vita per un delitto sì grave compiuto in brevissimo tempo, si potrebbe dire che la sua condanna sarebbe più mite di quella che meriterebbe, quantunque la lunga durata della pena non sia affatto paragonabile alla breve durata di tempo, in cui fu compiuto il delitto. Dove sarà dunque la contraddizione se le pene saranno ugualmente lunghe od ugualmente eterne, ma alcune più miti per alcuni, altre più atroci per altri? Verrebbe ad essere uguale la durata, ma non il rigore delle pene e ciò in proporzione pure dei peccati, consistente non già nella durata del tempo impiegato a commetterli ma nella volontà dei peccatori. (Ep. 102, 26)

 

Per la riflessione

Vengono inflitti castighi eterni alle cattive azioni, quantunque non eterne, in quanto il peccatore che avrebbe voluto (per quanto stava in lui) provare un godimento eterno nella colpa, avrà un castigo eterno nel rigore della pena. (Ep. 102, 27)

 

Pensiero agostiniano

Tutto quello che non vi piacerebbe fosse fatto a voi, non fatelo agli altri, né agli uomini né a Dio. (Sermo 260, 1)

 

 

26/10

 

Preghiera

E questa è la mia gloria, Signore Dio mio, confessarti in eterno, perché niente ho da me, ma ogni bene ho da te, che sei Dio, tutto in tutti. (En. in Ps. 29, I, 13)

 

Lettura

Dio è il nostro testimone

Ritornate in voi stessi, o fratelli. In tutte le cose che voi fate, guardate a Dio come vostro testimone. Vedete con quale animo agite, dal momento che egli vi vede. Se il vostro cuore non vi accusa che agite a motivo di superbia, orbene, state sicuri. Non temete, quando agite bene, che altri vi vedano. Temi invece di agire allo scopo di essere lodato. Gli altri ti vedano, ma ne lodino il Signore. Se ti nascondi agli occhi dell’uomo, ti nascondi in realtà all’imitazione dell’uomo e sottrai la lode dovuta a Dio. Due sono le persone a cui fai elemosina, poiché due sono le persone che hanno fame: l’uno di pane, l’altro di giustizia. Poiché è stato detto: Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati (Mt 5, 6), tu sei stato posto come buon operaio tra questi due affamati; se la carità è il motivo del tuo atto, essa deve aver pietà di ambedue e portare aiuto ad ambedue. Il primo chiede qualcosa da mangiare, il secondo chiede qualcosa da imitare. Dai da mangiare al primo, dai te stesso come esempio all’altro. Hai dato l’elemosina ad ambedue; hai reso il primo più sollevato, per aver eliminato la sua fame; hai reso il secondo tuo imitatore, proponendogli l’esempio da imitare. (In 1 Io. Ep. 8, 9)

 

Per la riflessione

Non dobbiamo provare verso gli uomini un amore come lo provano i golosi allorché dicono: Amo i tordi; li amano infatti per ucciderli e divorarli. Egli dice di amarli e li ama perché non siano più, li ama per perderli. (In 1 Io. Ep. 8, 5)

 

Pensiero agostiniano

Puoi mentire a Dio, ma non puoi ingannarlo. Egli sa come stanno le cose. Egli ti vede dentro, dentro ti esamina, ti guarda e ti giudica, ti condanna o ti assolve. (In Io. Ev. 26, 11)

 

 

27/10

 

Preghiera

Con libera ed efficace intenzione ho innalzato a te preghiere; giacché per poter avere tale intenzione, tu mi hai esaudito quando pregavo più debolmente. (En. in Ps. 16, 6)

 

Lettura

Carità: precetto nuovo che fa nuovo l’uomo

Fratelli miei, chi ha il cuore colmo di carità comprende senza alcun errore e custodisce senza alcuna fatica la molteplice ricchezza delle divine Scritture e quella immensa dottrina. Lo testimonia l’Apostolo: Il compimento della legge è la carità (Rom 13, 10). E ancora: Il fine del precetto è la carità, che sgorga da cuore puro, da buona coscienza e da fede sincera (1Tm 1, 5). Il fine del precetto che cosa è se non il suo realizzarsi? E il realizzarsi del precetto che cosa è se non il compimento della legge? Perciò quel passo in cui [l’Apostolo] ha detto: Il compimento della legge è la carità coincide con quello che ha aggiunto dopo: Il fine del precetto è la carità. Né si può dubitare in alcun modo che l’uomo in cui risiede la carità sia tempio di Dio, perché Dio è carità (1Gv 4, 8), lo afferma Giovanni. Gli Apostoli, nel dirci queste cose, ed esaltandoci la preminenza della carità, non fanno altro che trasmettere a noi ciò di cui essi stessi si sono alimentati. Loro alimento fu lo stesso Signore che li nutrì con la parola della verità, con la parola della carità, che è poi lui stesso, il pane vivo disceso dal cielo. Disse loro: Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. E ancora: Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri (Gv 13, 34ss). Colui infatti che venne ad annientare la corruzione della carne attraverso l’obbrobrio della croce e a sciogliere il vincolo antico che ci legava alla morte, con la novità della sua morte, con questo comandamento rese nuovo l’uomo. Era una cosa vecchia il morire dell’uomo. Ma perché appunto questa cosa vecchia non trionfasse perpetuandosi nella condizione umana, avvenne questa cosa nuova: che Dio morisse. Ma poiché è morto solo nella carne, non nella divinità, non permise, in virtù della vita eterna della divinità, che la morte della carne fosse definitiva. (Sermo 350, 1)

 

Per la riflessione

Se vuoi estinguere il peccato, che è cosa vecchia, estingui la cupidigia osservando il comandamento nuovo, e pratica la carità. (Sermo 350, 1)

 

Pensiero agostiniano

Come infatti la cupidigia non sa possedere nulla senza egoistiche strettezze, così la carità non le sa possedere con la benché minima restrizione. (Quaestiones Evangeliorum II, 33.7)

 

 

28/10

 

Preghiera

Signore, dalla luce della tua conoscenza appaia il vero giudice; oppure, io non giudichi lontano dal tuo volto con labbra ingannatrici, per non dire, giudicando, cose diverse da quelle che intendo in te. (En. in Ps. 16, 2)

 

Lettura

Tutto è stato creato per mezzo del Verbo

Ogni creatura, senza eccezione, è stata fatta per mezzo di lui, la più piccola come la più grande; le cose che sono sopra di noi come quelle che ci sono inferiori, le spirituali come le corporali, tutto fu fatto per mezzo di lui. Non c’è forma, non c’è coesione né armonia di parti, non c’è alcuna sostanza calcolabile in peso, numero e misura; niente esiste se non per mezzo di quel Verbo e originato da quel Verbo creatore, al quale si riferisce la parola della Scrittura: Tutto hai disposto in numero, peso e misura (Sap 11, 21).

Badate dunque che nessuno vi prenda in trappola quando vi accadesse di spazientirvi a causa delle mosche. Ci sono stati infatti taluni che sono stati giocati e accalappiati dal diavolo con le mosche.

Ora, fratelli, perché vi ho detto questo? Chiudete le orecchie del vostro cuore alle insidie del nemico; convincetevi che Dio ha fatto tutte le cose, collocando ciascuna al suo posto. Ma perché, allora, dobbiamo soffrire tanto per colpa di una creatura di Dio? Perché abbiamo offeso Dio. Forse che gli angeli sono soggetti a questi nostri mali? Credo che neppure noi, in questa vita, dovremmo temerli troppo. Delle tue sofferenze fanne colpa al tuo peccato, non al giudice. E’ per punire la nostra superbia, infatti, che Dio ha incaricato un’infima e trascurabile creatura di tormentarci. Di modo che, quando l’uomo si insuperbisce e si innalza contro Dio, e, pur non essendo che un mortale, calpesta esseri mortali come lui, o, pur essendo un uomo, rifiuta di conoscere nell’altro uomo un suo prossimo, quando così s’innalza, venga sottoposto alle pulci. Che cos’è tutta questa superbia, o uomo? Uno ti ha detto una parola offensiva, e tu ti sei risentito e ti sei adirato, tu che per dormire devi combattere con le pulci! Riconosci che cosa sei. (In Io. Ev. 1, 13-15)

 

Per la riflessione

Dio avrebbe potuto domare il superbo popolo del Faraone servendosi di orsi, di leoni, di serpenti; e invece mandò loro delle mosche e delle rane, per umiliarne l’orgoglio con esseri vilissimi. (In Io. Ev. 1, 15)

 

Pensiero agostiniano

Se Dio è sapienza, mediante la quale è stato creato l’universo… il vero filosofo è colui che ama Dio. (De civ. Dei VIII, 1)

 

 

29/10

 

Preghiera

Signore, a te eccellentissimo, ottimo creatore e reggitore dell’universo, a te Dio nostro, grazie, anche se mi avessi voluto soltanto fanciullo. (Conf. I, 20.31)

 

Lettura

Bellezza della creazione

Con quale discorso si può esprimere la restante bellezza e utilità della realtà creata che dalla bontà di Dio è stata accordata all’uomo, sebbene gettato alla condanna negli affanni e nell’infelicità del tempo, per ammirarla e usarla? Nella multiforme e varia bellezza del cielo, della terra e del mare, nella grande profusione e meraviglioso splendore della luce stessa nel sole e luna e nelle stelle, nella ombrosità dei boschi, nel colore e odore dei fiori, nella diversità e numero degli uccelli ciarlieri e variopinti, nella diversa vaghezza di tanti e tanto grandi animali, fra i quali destano maggiore ammirazione quelli che hanno il minimo della grossezza, perché ammiriamo di più l’operosità delle formiche e delle api che i corpi immensi delle balene, e nella immensa veduta del mare quando, come di una veste, si ricopre di vari colori e talvolta è verde nelle varie gradazioni, talora color porpora, talora azzurro. Si ammira anche con molta soddisfazione quando è in tempesta perché affascina chi guarda appunto perché non lo sbatte e sconvolge come navigante. Che cosa suggerisce contro la fame la svariatissima abbondanza di cibi? Che cosa contro la schifiltosaggine la diversità dei sapori, diffusa dalla ricchezza della natura e non dalla tecnica e lavoro dei cuochi? Che cosa nelle varie circostanze i sussidi per difendere o recuperare la salute? Com’è gradevole l’avvicendarsi del giorno e della notte, la carezzevole tiepidezza delle brezze! Quant’è grande la provvista, in arbusti e bestiame minuto, per confezionare tessuti! Chi potrebbe passare in rassegna tutto? (De civ. Dei XXII, 24.5)

 

Per la riflessione

Eppure tutti questi beni sono sollievi d’infelici e condannati, non premio dei beati. Che cosa sarà dunque quel bene se questi sono tanti, così considerevoli e grandi? Che cosa darà a coloro che ha predestinato alla vita colui che li ha anche dati a coloro che ha predestinato alla morte? (De civ. Dei XXII, 24.5)

 

Pensiero agostiniano

Nelle ricchezze nulla è tanto da temersi quanto la superbia. (Sermo 36, 2)

 

 

30/10

 

Preghiera

Signore, da te non ci allontaneremo, quando ci avrai liberati da tutti i nostri mali e ci avrai riempiti dei tuoi beni. (Sermo 55, 6.6)

 

Lettura

Meravigliosa dotazione dell’uomo

Dio ha concesso la facoltà di pensare all’anima umana, nella quale, per quanto riguarda il bambino, la ragione e l’intelligenza sono senza funzione, come se non esistessero. Tale facoltà si deve quindi stimolare e sviluppare col crescere dell’età in modo che sia capace di ragionamento e istruzione e disponibile all’apprendimento della verità e dell’amore del bene, e con tale capacità raggiunga la sapienza, sia dotata delle virtù mediante le quali, con prudenza, fortezza, temperanza, giustizia si opponga agli errori e agli altri vizi congeniti e vinca soltanto nel desiderio del Bene sommo e immutabile. Ed anche se non raggiunge lo scopo, chi può dire o pensare con competenza quale grande bene sia la capacità, disposta per dono di Dio nella creatura ragionevole, di raggiungere tali beni e quanto meravigliosa sia l’opera dell’Onnipotente? Oltre alle arti del bene vivere e giungere alla felicità eterna, che si definiscono virtù e sono concesse ai figli del regno e della promessa soltanto con la grazia di Dio che è in Cristo, forse che dall’ingegno umano non sono state inventate ed esercitate molte e insigni arti, in parte legate al bisogno, in parte al piacere? Ma il prestigioso vigore della mente e ragione, anche attraverso i beni superflui, anzi pericolosi e dannosi che appetisce, attesta quale grande bene abbia nella natura, dalla quale ha potuto derivare, imparare o esercitare queste arti. (De civ. Dei XXII, 24.3)

 

Per la riflessione

Il creatore di questa natura tanto eminente è Dio vero e sommo; dal momento che Egli dirige al fine tutti gli esseri che ha creato ed ha potere e giustizia al di là di ogni limite, la natura umana certamente non sarebbe nella infelicità presente e da essa non andrebbe alla infelicità eterna, esclusi soltanto coloro che si salveranno, se non fosse avvenuto precedentemente il peccato troppo grande del primo uomo, dal quale gli altri discendono. (De civ. Dei XXII, 24.3)

 

Pensiero agostiniano

La salute del corpo mortale, la vigoria delle membra corruttibili, la vittoria sugli individui che ci avversano, le ricompense onorifiche e la potenza terrena, come tutti gli altri beni di quaggiù, sono concessi tanto ai buoni quanto ai cattivi e sono tolti via tanto ai buoni che ai cattivi. (Ep. 220, 11)

 

 

31/10

 

Preghiera

Indigente e povero io sono (Sal 108, 22); qualcosa di meglio, quando in un gemito segreto, disgustato di me stesso, cerco la tua misericordia, fino a quando io sia rifatto nei miei difetti e reso perfetto per la pace che l’occhio del presuntuoso ignora. (Conf. X, 38.63)

 

Lettura

Dio non odia niente di quanto ha creato

Dio non odia niente di quanto ha creato, poiché come autore della natura, non del peccato, odia il male che egli non ha creato; ed egli è altresì autore del bene che ricava dal male, sia risanandolo con la sua misericordia, sia facendolo servire ai suoi piani segreti. Assodato dunque che Dio non odia nulla di quanto ha fatto, chi potrà adeguatamente parlare dell’amore che egli nutre per le membra del suo Unigenito? E, soprattutto, chi potrà degnamente parlare dell’amore che porta al suo Unigenito stesso, nel quale sono state create tutte le cose visibili e invisibili, e che egli ama in modo perfettamente corrispondente al posto che ognuna di esse occupa nel piano della creazione? Con l’abbondanza della sua grazia conduce le membra del suo Unigenito all’uguaglianza con i santi angeli; siccome però l’Unigenito è il Signore dell’universo, è senza dubbio anche il Signore degli angeli: per la sua natura divina è uguale, non agli angeli, ma addirittura al Padre, e per la grazia che possiede in quanto uomo, non trascende forse l’eccellenza di tutti gli angeli, essendo in lui la carne e il Verbo una sola persona? (In Io. Ev. 110, 6)

 

Per la riflessione

Imitiamolo con devota obbedienza, senza avere la presunzione irriverente di confrontarci con lui. (In Io. Ev. 84, 2)

 

Pensiero agostiniano

Da una parte il tuo nemico cattivo, dall’altra il tuo Signore buono. Il tuo nemico cattivo ti danneggia; il tuo Signore buono ti dice di pregare per il tuo nemico. (Sermo 15, 7)