Preghiera
O Dio, sopra del quale non c’è nulla, fuori del quale nulla e senza del quale nulla: ascolta, ascolta me. (Soliloquia I, 1.4)
Lettura
Non ama se stesso chi non ama Dio
In questa vita la virtù non è altro che amare ciò che si deve amare: sceglierlo è prudenza; non esserne distaccati da nessuna molestia, è fortezza; da nessuna lusinga, è temperanza; da nessun sentimento di superbia, è giustizia. Che cosa poi dovremmo scegliere come l’oggetto più degno del nostro amore, se non quello di cui non si trova di meglio, cioè Dio? Se anteponiamo o uguagliamo a Lui nell’amore qualche altro oggetto, vuol dire che non sappiamo amare noi stessi. Tanto meglio, sarà per noi, quanto più ci avvicineremo a Colui, del quale non v’è nulla di meglio; verso di Lui poi si va non camminando ma amando, ed avremo Dio tanto più vicino al cuore quanto più puro sarà lo stesso amore che ci porta verso di Lui, poiché non si estende o è racchiuso entro spazi fisici. Non coi piedi dunque, ma coi buoni costumi, si può andare verso di Lui, ch’è dovunque presente ed intero ovunque. I nostri costumi inoltre di solito vengon giudicati non in base a ciò che sappiamo, ma a ciò che amiamo, e sono resi buoni o cattivi dai buoni o cattivi affetti. E’ dunque la nostra perversità ad allontanarci da Dio ch’è la rettitudine in persona; noi poi ci correggiamo amando la rettitudine, per poter essere rettamente uniti alla rettitudine in persona. (Ep. 155, 4.13)
Per la riflessione
Le virtù, grazie alle quali viviamo rettamente, sono dei beni grandi. I pregi esteriori dei corpi, quali essi siano, la cui assenza è compatibile con una vita conforme a rettitudine, sono beni infimi. Le potenzialità dell’anima, in mancanza delle quali vivere rettamente è impossibile, sono beni medi. Ora non c’è nessuno che faccia cattivo uso delle virtù, ma chiunque non solo può far buon uso degli altri beni, cioè dei medi e degli infimi, ma anche farne uno cattivo. […] È per questo che la generosità e la grandezza della bontà divina ha concesso che ci siano beni grandi, ma anche beni medi ed infimi. (Retractationes I, 9.4)
Pensiero agostiniano
Nelle cose spirituali, quando il più piccolo si unisce al più grande, come la creatura al Creatore, il primo diventa più grande di quello che era, non il secondo. (De Trinitate VI, 8)
Preghiera
Signore, non sarà impunito il mio peccato; conosco la giustizia di Colui del quale imploro la misericordia: non resterà impunito il peccato; ma per questo voglio che tu non mi punisca, perché da me stesso punisco il mio peccato; per questo chiedo che tu lo perdoni, perché da me lo riconosco. (En. in Ps. 50, 7)
Lettura
Il contenuto delle virtù
Essere uniti all’eterno e sommo Bene è il culmine della nostra felicità. Ciò si potrebbe chiamare anche prudenza, poiché sarà somma prudenza restare sempre uniti al bene che non si potrà mai perdere; sarà fortezza, poiché sarà un rimanere saldamente uniti al bene, dal quale non potremo essere staccati; sarà temperanza, poiché ci uniremo con perfetta castità, al bene che non soffre corruzione; sarà infine giustizia, poiché ci uniremo con somma rettitudine al bene al quale con tutta ragione dovremo sottometterci. Con tali virtù largite da Dio mediante la grazia di Gesù Cristo Mediatore (fra Dio e gli uomini), Dio come il Padre e uomo come noi, per grazia del quale dopo l’inimicizia contratta col peccato veniamo riconciliati con Dio nello Spirito dell’amore, con tali virtù - dico - non solo ci è concesso di trascorrere una buona vita, ma ci viene poi anche data in premio la vita beata che non può essere se non eterna. Le medesime virtù, che quaggiù ispirano l’azione, lassù avranno il loro effetto; qui sono il movente delle opere, lassù ne saranno il premio; qui compiono il loro ufficio, lassù avranno il coronamento. Perciò tutti i buoni e i santi, anche in mezzo ai tormenti d’ogni specie, sorretti dall’aiuto divino, sono chiamati beati per la speranza di quel coronamento. Se infatti restassero sempre negli stessi tormenti e dolori atrocissimi, nessuno con la testa a posto esiterebbe a considerarli infelici pur con tutte le virtù possibili ed immaginabili. In conclusione la pietà, cioè il vero culto del vero Dio, è utile a tutto. Essa infatti ci aiuta ad allontanare o ad alleviare le molestie di questa vita e ci conduce alla vita e alla salvezza in cui non dovremo soffrire più alcun male, ma solo godere il sommo eterno Bene. (Ep. 155, 4.16-17)
Per la riflessione
Guai all’anima temeraria, che sperò di trovare di meglio allontanandosi da te. Vòltati e rivòltati sulla schiena, sui fianchi, sul ventre, ma tutto è duro. Ma tu solo sei il riposo. Ed eccoti, sei qui, ci liberi dai nostri errori miserabili e ci metti sulla tua strada e consoli e dici: "Correte, io vi reggerò, io vi condurrò al traguardo e là ancora io vi reggerò". (Conf. VI, 16.26)
Pensiero agostiniano
Anche se tu chiedessi qualche altra cosa, come ti basterebbe dal momento che non ti basta Dio? (Sermo 105, 3.4)
Preghiera
Come sei nascosto tu, che abiti tacito nei cieli più alti, Dio solo grande, che con legge instancabile spargi tenebre punitrici sulle passioni illecite. (Conf. I, 18.29)
Lettura
La vera virtù è in Dio
Se troviamo la nostra gioia nella vera virtù, rivolgiamoci a Dio con le parole che leggiamo nelle sue Sacre Scritture: Te solo, o Signore, mia forza, io amerò (Sal 17, 2); e se vogliamo essere veramente felici - né possiamo non volerlo - teniamo bene a mente la massima imparata dalle stesse Sacre Scritture: Beato chi ripone la propria speranza nel Signore e non segue la falsità né le pazzie menzognere (Sal 39, 5). Orbene, qual falsità, quale pazzia, qual menzogna non è che l’uomo, soggetto alla morte, che mena una vita piena di affanni, oppresso da tanti peccati, esposto a tante tentazioni, schiavo di tante passioni e destinato a pene meritate, confidi in se stesso per essere felice, dal momento che non può preservare dall’errore neppure la parte più nobile del proprio essere, cioè la mente e la ragione senza l’aiuto di Dio, luce dell’intelligenza? Rigettiamo quindi le stolte e pazze menzogne dei falsi filosofi, poiché non avremo la virtù senza l’aiuto di Dio né la felicità senza l’assistenza di Lui stesso, che sarà il nostro godimento, che mediante il dono dell’immortalità e dell’incorruttibilità distruggerà la parte mutevole e corruttibile del nostro essere, che per se stesso è molto debole e, per così dire, una miniera di miserie. (Ep. 155, 2.6)
Per la riflessione
Se cerchiamo che cosa sia vivere bene, cioè tendere alla beatitudine vivendo rettamente, ciò sarà di certo amare la Virtù, amare la Sapienza, amare la Verità, e amare con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente la Virtù che è inviolabile e invitta, la Sapienza a cui non segue la stoltezza, la Verità che non sa trasformarsi e mostrarsi diversa da come è sempre. (De moribus Ecclesiae Cath. I, 13.22)
Pensiero agostiniano
Trascendi il corpo e comincia a gustare l’anima; trascendi anche l’anima e arriva a gustare Dio. (In Io. Ev. 20, 11)
Preghiera
O Dio che sei sempre il medesimo, che io abbia conoscenza di me, che io abbia conoscenza di te! (Soliloquia II, 1.1)
Lettura
La giustizia di Dio
Tutta la stirpe d’Israele tema Dio col timore casto, che rimane in eterno. Temano Colui che amano, senza inorgoglirsi, ma con gli stessi sentimenti degli umili: con timore e tremore operino la loro propria salvezza, poiché è Dio quello che opera in essi il volere e l’operare, secondo il suo beneplacito.
Questa è la giustizia di Dio, questo è il dono che Dio fa all’uomo quando giustifica l’empio. I superbi Giudei, ignorando questa giustizia di Dio e volendo stabilire la propria giustizia, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio. A causa di questa loro superbia essi sono stroncati dal ceppo, perché al loro posto sia innestato l’umile ulivo selvatico. I Giudei se ne andarono nelle tenebre di fuori, mentre dall’Oriente e dall’Occidente arrivarono molti che sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli. Presentemente essi sono nelle tenebre di fuori e per conseguenza non si deve disperare della loro conversione ma, se la trascureranno, andranno nelle tenebre di fuori, dove non ci sarà possibilità di conversione, poiché Dio è luce e in Lui non ci sono affatto tenebre (1Gv 1, 5). Egli è la luce del cuore, non degli occhi del corpo; non è neppure affatto quale possiamo immaginarlo rappresentandocelo come questa luce visibile, benché anch’essa possa essere veduta, ma ben diversamente, in modo del tutto differente. Poiché chi potrebbe spiegare a parole quale luce sia la carità? Chi lo potrebbe dimostrare con un esempio, preso da quelle cose che sono a portata dei sensi fisici? O che forse non è luce l’amore di Cristo? Ascolta l’apostolo Giovanni che disse precisamente ciò che ho ricordato poc’anzi: Dio è luce e in Lui non ci sono per nulla tenebre. Egli disse ancora: Dio è amore (1Gv 4, 8). Perciò, se Dio è luce ed è amore, è certamente amore la stessa luce che si diffonde nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. Lo stesso Apostolo dice: Chi odia il proprio fratello, rimane nelle tenebre (1Gv 2, 11). Queste sono le tenebre, nelle quali sono andati a finire il diavolo e gli angeli suoi a causa dell’enorme loro superbia. La carità non è gelosa, non si gonfia. Non è gelosa perché non si gonfia. Appena infatti precede il tronfio orgoglio, subito tiene dietro la gelosia, poiché la superbia è madre dell’invidia. (Ep. 140, 21.53-22.54)
Per la riflessione
Allora ci sarà vera e perfetta giustizia, nel senso che non potremo né fare né pensare alcunché di male. Adesso però siamo miseri, poveri, bisognosi; e sospiriamo dolenti, gemiamo, preghiamo elevando a Dio i nostri occhi. (En. in Ps. 122, 12)
Pensiero agostiniano
La giustizia è un bene che non solo nessuno possiede male, ma nessuno può possederla se non l’ama. (Ep. 153, 6.26)
Preghiera
Ti scongiuro, o Dio, che abbandonare è andare in rovina, a cui tendere è amare, che vedere è possedere: vienimi incontro benevolo. (Soliloquia I, 1.3)
Lettura
Il timore casto di Dio
E’ in errore chi crede di essere vincitore del peccato, se si astiene dal peccato per timore del castigo; poiché anche se non si compie esternamente l’atto della passione cattiva, questa è come un nemico che portiamo dentro di noi. Come può risultare innocente al cospetto di Dio chi desiderasse fare ciò che è proibito, se gli fosse sottratto il castigo temuto? Perciò è colpevole nella sua propria volontà chi vorrebbe fare ciò che non è lecito e si astiene dal farlo solo perché non lo può impunemente, poiché, per quanto sta in lui, preferirebbe che non ci fosse la giustizia che proibisce e castiga i peccati; e se preferisce che non ci fosse la giustizia, chi metterebbe in dubbio che, avendone la possibilità, la sopprimerebbe? Come può essere dunque giusto un nemico così accanito della giustizia che, se glie ne si offrisse l’occasione, ne sopprimerebbe i precetti per non sopportarne le minacce o il giudizio? Concludendo, è nemico della giustizia chi non pecca per timore del castigo: sarà invece amico della giustizia chi non pecca per amore di essa, poiché allora veramente avrà timore del peccato. Mi spiego meglio: chi teme la geenna, non ha paura di peccare ma di bruciare. Teme invece di peccare chi odia il peccato stesso come la geenna. Ecco qual è il timore casto di Dio e che resta per tutti i secoli. Il timore del castigo invece ha il suo tormento e non è insito nell’amore: l’amore perfetto lo caccia lontano. (Ep. 145, 4)
Per la riflessione
Ricordati, Signore, che siamo polvere e con la polvere hai creato l’uomo; egli si era perduto e fu ritrovato (Lc 15, 24). Neppure l’Apostolo trovò in sé il suo potere, essendo polvere anch’egli, ma il tuo soffio gli ispirò le parole che tanto amo, quando disse: Tutto posso in colui che mi fortifica. Fortificami, affinché io sia potente; dà ciò che comandi e comanda ciò che vuoi. (Conf. X, 31.45)
Pensiero agostiniano
Non è penoso e gravoso ciò che comanda Colui che aiuta a mettere in pratica ciò che comanda. (Sermo 96, 1)
Preghiera
In te, Signore, è la mia gioia, riscattami da quella tristezza che in me suscitano i miei peccati. (En. in Ps. 31, I, 7)
Lettura
I retti e i perversi di cuore
Tra il cuore retto e il cuore perverso c’è questa differenza: è retto di cuore l’uomo che, soffrendo involontariamente quanto gli sopravviene (tormenti, tristezze, fatiche, umiliazioni) non ne attribuisce la causa se non alla giusta volontà di Dio, senza attribuire a Lui l’insipienza, come se Dio non sapesse che cosa fa, flagellando questo e risparmiando quello. Sono invece perversi di cuore e malvagi e viziosi, coloro che affermano di soffrire ingiustamente tutti i mali che subiscono, attribuendo l’iniquità a Colui per la cui volontà soffrono; oppure, poiché non osano accusarlo di ingiustizia, negano che abbia il potere di reggere il mondo. Poiché Egli - dice [chi ha il cuore perverso] - non può commettere ciò che è ingiusto ed è invece ingiusto che io soffra e un altro non soffra: ammetto infatti di essere un peccatore, ma certo sono peggiori coloro che si rallegrano mentre io sto tribolando; ebbene, poiché è iniquo che coloro che sono peggiori di me si rallegrino e invece soffra io che sono giusto, o almeno sono meno peccatore di costoro, e poiché per me è chiaro che questo è ingiusto e per me è altresì certo che Dio non commette ingiustizie: [se ne conclude che] Dio non governa le cose umane e non si prende cura di noi. (En. in Ps. 31, II, 25)
Per la riflessione
La tua volontà si pieghi alla volontà di Dio, e non la volontà di Dio si torca alla tua. (En. in Ps. 31, II, 26)
Pensiero agostiniano
Sottoponiamo l’anima a Dio, se vogliamo sottoporre il nostro corpo a schiavitù e trionfare del diavolo. (De agone christiano 13.14)
Preghiera
Per tutto il tempo in cui sono in questa vita, nessuna avversità mi escluda dal numero di coloro che mantengono in tutto il mondo l’unità e la verità della fede del Signore. Al fine cioè che si manifesti, a me che persevero nella fede, la visione gioiosa [di Dio], e possa contemplarla faccia a faccia. E assorbita la morte nella vittoria, possa rivestire l’immortalità, divenuto suo tempio. (En. in Ps. 26, I, 4)
Lettura
I retti sono coloro che dirigono il cuore secondo la volontà di Dio
Chi sono i retti? Coloro che dirigono il cuore secondo la volontà di Dio; e, se l’umana fragilità li turba, li consola la divina equità. Infatti, anche se desiderano, dato il loro cuore corruttibile, qualcosa di particolare che convenga ai loro affari e faccende attuali o alla necessità presente, non appena avranno capito e riconosciuto che Dio vuole un’altra cosa, antepongono la volontà del migliore alla propria, la volontà dell’Onnipotente alla volontà del debole, la volontà di Dio a quella dell’uomo. Poiché quanto Dio dista dall’uomo, altrettanto dista la volontà di Dio dalla volontà dell’uomo. Per cui Cristo, che porta su di sé l’uomo, che ci propone una norma, che ci insegna a vivere e ce ne dà la possibilità, ha voluto mostrarci una certa particolare volontà di uomo, nella quale ha impersonato la sua e la nostra, in quanto è nostro Capo e a Lui - come sapete - apparteniamo come veraci membra: Padre - ha detto - se è possibile, passi da me questo calice. Questa era la volontà umana che voleva qualcosa di proprio e come di esclusivo. Ma poiché volle essere un uomo retto di cuore, così che quanto ci fosse in Lui di un poco ritorto si dirigesse verso Colui che sempre è retto, ha aggiunto: Non però ciò che io voglio, ma ciò che tu vuoi, Padre (Mt 26, 39). (En. in Ps. 32, II, d. 1, 2)
Per la riflessione
Che tu possa volere qualcosa di proprio, diverso da ciò che vuole Dio, è permesso all’umana fragilità, all’umana debolezza: è difficile che non ti capiti di volere qualcosa di particolare; ma subito rifletti a chi è sopra di te. Egli è sopra di te, tu sei sotto di Lui; […] per questo ti corregge, ti sottomette alla sua volontà, dicendo per te: Non però ciò che io voglio, ma ciò che tu vuoi, Padre. (En. in Ps. 32, II, d. 1, 2)
Pensiero agostiniano
Il gelo della carità è il silenzio del cuore; l’ardore della carità è il grido del cuore. (En. in Ps. 37, 14)
Preghiera
Se tu, Signore, mi soccorri, se tu mi accogli […] stabilisci la legge per me nel tuo Cristo. Perché la stessa via ci ha parlato ed ha detto: Io sono la via, la verità, la vita (Gv 14, 6). (En. in Ps. 17, 38)
Lettura
Gli umili e i mansueti
Coloro che non vogliono esser lodati nel Signore, non sono mansueti, ma violenti, aspri, orgogliosi, superbi. Il Signore vuole avere giumenti mansueti; sii il giumento del Signore, cioè sii mansueto. Egli siede sopra di te, egli ti guida; non aver timore di inciampare e di cadere nel precipizio. Certo, tu sei debole, ma tieni conto di chi ti regge. Sei il puledro d’asino, ma porti Cristo. Egli infatti cavalcando un puledro d’asino venne nella città, e quel giumento fu mansueto. Forse quel giumento era lodato? Forse al giumento dicevano: Osanna al figlio di David, benedetto colui che viene nel nome del Signore? (Mt 21, 9) L’asinello portava; ma solo Colui che era portato, era lodato da quanti lo precedevano e lo seguivano. E probabilmente il giumento diceva: Si glorierà nel Signore l’anima mia; ascoltino i mansueti e si allietino. Forse non disse così quell’asino, fratelli: ma lo dica quel popolo che imita quel giumento, se vuol portare il suo Signore. Forse si adira il popolo, perché viene paragonato all’asinello su cui sedette il Signore, e qualche superbo e orgoglioso mi dirà: Ecco, ci ha fatti diventare asini. Sia asino del Signore, chiunque così dice; non sia cavallo e mulo, nei quali non c’è intelligenza. Conoscete infatti il salmo ove è detto: Non siate come il cavallo e il mulo, nei quali non c’è intelligenza (Sal 31, 9). Perché il cavallo e il mulo talvolta superbamente sollevano la testa e con la loro violenza si scuotono di dosso il cavaliere. Sono domati con la briglia, con il morso, con le percosse, finché non hanno imparato a star soggetti, ed a portare il loro padrone. Ma tu, prima che il freno comprima le tue mascelle, sii mansueto e porta il tuo Signore; non voler esser lodato in te stesso, ma sia lodato Colui che siede sopra di te, e di’: Si glorierà nel Signore l’anima mia, ascoltino i mansueti e si allietino. (En. in Ps. 33, d. 2, 5)
Per la riflessione
Quando coloro che non sono mansueti ascoltano queste parole, non si allietano, ma si adirano; sono costoro che dicono che li abbiamo fatti diventare asini. Coloro invece che son mansueti, non disdegnino di ascoltare e di essere ciò che odono. (En. in Ps. 33, d. 2, 5)
Pensiero agostiniano
Il dono primario e grande dello Spirito è l’umiltà e la mitezza del cuore. (Expositio ad Galatas 45)
Preghiera
Signore, mi valga per il conseguimento della liberazione il prezzo tanto grande del sangue del mio Signore; e nei pericoli di questa vita, non mi abbandoni la tua misericordia. (En. in Ps. 25, I, 11)
Lettura
La menzogna viola la verità della dottrina, della religione e della pietà
Quanto alla verità della dottrina, della religione e della pietà, è questa che si viola quando si dicono menzogne, poiché la Verità in se stessa, la Verità somma e nascosta nell’anima che è all’origine della dottrina, non la si può in alcun modo violare. Ad essa si potrà giungere e con lei rimanere ed a lei aderire soltanto allorché questo corpo corruttibile avrà rivestito l’incorruttibilità e questo corpo mortale avrà rivestito l’immortalità. Ma siccome nella vita presente la pietà consiste totalmente in un esercizio con cui si mira ad acquistarla, a questo esercizio fa da guida la dottrina [della fede], che propone e inculca la stessa verità con parole umane e con segni concreti carichi di portata sacramentale. A tal fine anche questa dottrina, che di per sé può essere falsata dalla menzogna, dev’essere con la massima cura conservata incorrotta; e se in tale castità del cuore si fosse violato qualcosa, si procuri in ogni modo di rimediarvi. Se invece anche la dottrina venisse alterata nella sua autorevolezza, non potrebbe esserci più via né di andata né di ritorno per raggiungere la castità del cuore. (De mendacio 19.40)
Per la riflessione
Per conservare la verecondia corporale si può tollerare la menzogna, almeno quella che non lede né la dottrina della fede, né la pietà, né la rettitudine, né la benevolenza. (De mendacio 20.41)
Pensiero agostiniano
Quanto alla salute eterna, nessuno può esservi addotto con l’ausilio della menzogna. (De mendacio 21.42)
Preghiera
Signore Dio mio, presta ascolto alla mia preghiera (Sal 60, 2); la tua misericordia esaudisca il mio desiderio, che non arde per me solo, ma vuole anche servire alla mia carità per i fratelli. Tu vedi nel mio cuore che è così. (Conf. XI, 2.3)
Lettura
Il timore di Dio è principio della sapienza
La sapienza è un bene che riempie di gioia chi l’ha e di desiderio chi ancora non lo possiede. Ma dice la Scrittura: Principio della sapienza è il timore di Dio (Sal 110, 10). Se a chiunque piace regnare, nel salmo lo Spirito ammonisce: E ora, sovrani, siate saggi; istruitevi, giudici della terra: servite Dio con timore e con tremore esultate (Sal 2, 10-11). Perciò anche Paolo dice: Attendete alla vostra salvezza con timore e tremore (Fil 2, 12). E ancora leggiamo: Se desideri la sapienza, osserva la giustizia e il Signore te la concederà (Sir 1, 33). Poiché molti, come possiamo constatare, non osservano la giustizia, mentre aspirano con ardore alla sapienza, la Scrittura li ammonisce che non possono arrivare a quello che desiderano se non osservando quello che trascurano. Osserva - dice - la giustizia e il Signore ti concederà la sapienza che desideri. Ma solo chi teme Dio può osservare la giustizia: Colui che è senza timore non potrà essere giustificato (Sir 1, 28). Certo se il Signore concede la sapienza solo a chi osserva la giustizia, chi è senza timore non potrà essere trovato giusto. E si ritorna così alla affermazione che ho citato all’inizio: Principio della sapienza è il timore di Dio. (Sermo 347, 1)
Per la riflessione
La salita alla sapienza parte dal timore, perché: Principio della sapienza è il timore del Signore. Dalla valle del pianto si sale al monte della pace. (Sermo 347, 2)
Pensiero agostiniano
Il timore è schiavo, la carità è libera; così che possiamo anche dire: il timore è lo schiavo della carità. (Sermo 156, 13.14)
Preghiera
Le mie ossa s’impregnino del tuo amore e dicano: Signore, chi è simile a te? (Sal 34, 10). Hai spezzato i miei lacci, ti offrirò un sacrificio di lode (Sal 115, 16). (Conf. VIII, 1.1)
Lettura
La continenza interiore
Non permettere che il mio cuore pieghi verso parole maligne (Sal 140, 4). Cos’è la piega del cuore, se non il consenso? Non pronuncia alcuna parola colui che, sebbene attraverso i sensi gli si presentino gli stimoli delle cose più disparate, tuttavia non vi consente né volge il cuore ad esse. Se invece vi consente, già dice la sua parola nel cuore, anche se con la voce non proferisce alcun suono. Anche se con la mano o con le altre membra del corpo non compie alcun atto, egli l’ha già eseguito se col pensiero ha deciso di farlo. È già colpevole di fronte alle leggi divine, anche se occulto ad ogni occhio umano: colpevole per la parola detta nel cuore, non per il gesto compiuto col corpo. Non potrebbe infatti mettere in azione un membro del corpo per l’esecuzione dell’opera, se questa non fosse stata preceduta da una parola interiore che costituisce il principio. Come sta scritto con verità: Principio di ogni azione è la parola (Sir 37, 16). Sono infatti numerose le opere che gli uomini compiono senza aprire la bocca, né muovere la lingua o levare la voce; tuttavia nulla eseguono col corpo, nel campo dell’azione, se prima non si siano pronunciati col cuore. Ci sono pertanto molti peccati nelle scelte interiori dello spirito che non sono seguiti da opere esterne; mentre non ci sono peccati esterni, di opere, che non siano preceduti da decisioni interne del cuore. Si sarà esenti dall’una e dall’altra specie di colpa se sulle labbra interiori dello spirito si saprà porre la porta della continenza. (En. in Ps. 121, 12)
Per la riflessione
La vita di quaggiù esige da noi la continenza in modo che, sospirando sotto il grave peso della lotta e della fatica e desiderando di sopravvestirci della nostra abitazione che è dal cielo, ci asteniamo dai godimenti mondani. (En. in Ps. 100, 1)
Pensiero agostiniano
Un cuore integro è migliore di un capo importante. (Sermo 266, 8)
Preghiera
I tuoi sacerdoti si rivestano di giustizia e si rallegrino i tuoi santi. Con la tua resurrezione dai morti e il tuo ritorno al Padre, i giusti, conseguito il sacerdozio regale, si rivestano di fede, poiché il giusto vive di fede. (En. in Ps. 131, 16)
Lettura
La fede inizio della vita buona
Inizio della vita buona, a cui come ricompensa è dovuta la vita eterna, è la retta fede, che consiste nel credere ciò che ancora non vedi e che [alla fine] avrà come retribuzione il vedere ciò che [ora] credi. Durante il periodo del credere, come durante il tempo della semina, non veniamo meno (e questo sino alla fine!), ma siamo perseveranti finché non mietiamo quel che abbiamo seminato. Il genere umano infatti venne a trovarsi in uno stato di avversione da Dio e giaceva nei suoi delitti, per cui, come per esistere avemmo bisogno del Creatore, così per rinascere ci fu necessario il Salvatore. E Dio giusto, che condannò l’uomo, fu anche un Dio misericordioso per liberare l’uomo. Il Dio d’Israele, lui darà fortezza e potenza al suo popolo: benedetto Dio! (Sal 67, 36). Ma [questi doni] li ricevono i credenti, non li ricevono gli increduli che li disprezzano.
Della stessa fede, poi, non ci si deve gloriare quasi che in certo qual modo dipenda dal nostro potere. La fede infatti non è cosa da nulla: è una realtà grandiosa, e se tu la possiedi è certamente perché l’hai ricevuta. Che cosa infatti possiedi tu che non l’abbia ricevuto? (1Cor 4, 7). Riflettete, carissimi, sui motivi che avete di ringraziare il Signore Iddio, per non rimanere ingrati di fronte a qualcuno dei suoi doni e, per questa vostra ingratitudine, perdere ciò che avevate ricevuto. L’elogio della fede non può essere in alcun modo tessuto da me, ma può essere concepito da chi possiede la [stessa] fede. (Sermo 43, 1-2)
Per la riflessione
La fede ispirata dal sentimento religioso non vuol restar separata dalla speranza e dalla carità. (Ep. 120, 2.8)
Pensiero agostiniano
Credi per poter capire. (Sermo 43, 4)
Preghiera
O Dio, per le cui leggi esistenti per tutta la durata della realtà non si permette che il movimento difforme delle cose mutevoli sia turbato, ma che venga ripetuto, sempre secondo uniformità, nella dimensione rotante dei tempi, ascolta, ascolta, ascolta me nella maniera tua, soltanto a pochi ben nota. (Soliloquia I, 1.4)
Lettura
L’occhio puro e la retta intenzione
L’occhio purificato e reso sereno sarà abile e idoneo a percepire e ad esprimere logicamente la sua luce interiore. Questo è l’occhio del cuore. E ha un occhio simile chi stabilisce il fine delle proprie opere buone, affinché siano veramente buone, non nell’intento di essere graditi agli uomini, ma anche se avverrà di essere graditi, lo riferisce piuttosto alla loro salvezza e alla gloria di Dio e non alla propria ostentazione. Quindi non compie il bene per la salvezza del prossimo per esigere da lui le cose necessarie a trascorrere la vita; inoltre non condanna avventatamente l’intenzione e la volontà dell’uomo in quell’azione, in cui non si evidenzia con quale intenzione e volontà sia stata compiuta; poi qualsiasi obbligo esegue per l’altro, lo esegue con l’intenzione con cui vuole che sia eseguito per sé, ossia che da lui non attenda qualche vantaggio nel tempo. Così sarà il cuore sereno e puro, nel quale si cerca Dio. (De serm. Domini in monte II, 22.76)
Per la riflessione
Qualunque cosa tu faccia, falla bene e avrai lodato Dio. (En. in Ps. 34, d. 2, 16)
Pensiero agostiniano
Nessuno apprende rettamente quanto concerne la vita di unione con Dio, se da Dio non è reso docile a Dio. (De doctrina christiana 16.33)
Preghiera
O Padre sapientissimo ed ottimo, se in me v’è il desiderio di qualche cosa di superfluo, purificami tu stesso e rendimi degno di vederti. (Soliloquia I, 1.6)
Lettura
La prudenza invita a vigilare
Neppure intorno alla prudenza, alla quale appartiene il discernimento delle cose da desiderare e di quelle da evitare, è il caso di dissertare più a lungo. Se essa manca, nessuna delle cose dette si può realizzare. Spetta ad essa stare in guardia e vigilare diligentemente affinché non siamo ingannati dall’insinuarsi di soppiatto di un cattivo consiglio. Per questo il Signore grida spesso: Vegliate e dice: Camminate mentre avete la luce, perché non vi sorprendano le tenebre (Gv 12, 35) e ancora: Non sapete che un po’ di lievito fermenta tutta la massa? (1Cor 5, 6). Quanto poi all’Antico Testamento, che cosa si può trovare di più chiaro contro questo sonno dell’uomo, a causa del quale quasi non avvertiamo il male distruttore che si insinua di soppiatto in noi, che il detto del Profeta: Chi disprezza le piccole cose cadrà presto in rovina? (Sir 19, 1). Su questa sentenza, se fosse utile a coloro che hanno fretta, parlerei abbondantemente e, se lo richiedesse l’ufficio che ho ora assunto, forse dimostrerei quanto sono profondi questi misteri, deridendo i quali, certi uomini veramente ignoranti e sacrileghi non si può dire che ormai cadono a poco a poco in un’immensa rovina, ma che vi si precipitano. (De moribus Ecclesiae Cath. I, 24.45)
Per la riflessione
Desiderare il bene sommo è vivere bene, il vivere bene non è niente altro che amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente. Da qui scaturisce che questo amore in lui si conservi intatto ed integro, ciò che è proprio della temperanza, e che non si abbatta per nessuna avversità, ciò che è proprio della fortezza; che non serva a nessun altro, ciò che è proprio della giustizia; che vigili nel discernimento delle cose affinché né la fallacia né l’inganno si insinui di soppiatto, ciò che è proprio della prudenza. (De moribus Ecclesiae Cath. I, 25.46)
Pensiero agostiniano
Se la prudenza è tale quando è forte, giusta e temperante, laddove sarà essa, ci saranno senza dubbio con essa anche tutte le altre virtù. (Ep. 167, 2.5)
Preghiera
O Vergine prima delle nozze, Vergine nelle nozze; Vergine quando è incinta, Vergine quando allatta, [prega per noi il Signore]. (Cf. sermo 188, 3.4)
Lettura
La verginità dell’anima è richiesta a tutti i fedeli
Non stupitevi che vi siano tra gli uomini delle controversie, che si diffondono insidiosamente, come una cancrena, dice l’Apostolo. Ma voi state all’erta su ciò che ascoltate e salvaguardate la purezza della vostra [anima], come se foste stati fidanzati, dall’amico dello sposo, all’unico sposo, vergine casta da offrire a Cristo. La vostra verginità sia nella vostra anima. La verginità fisica è di pochi, nella Chiesa. La verginità dell’anima è richiesta invece a tutti i fedeli. E` questa la verginità che il serpente vuole corrompere e a proposito di lui dice l’Apostolo: Vi ho fidanzati a un solo sposo per presentarvi a Cristo quale vergine casta. E temo che, come il serpente con la sua astuzia sedusse Eva, così i vostri sensi si lascino corrompere, deviando dalla sincerità e dalla purezza che è in Cristo (2Cor 11, 2-3). I vostri sensi sono le vostre menti. Questa è l’interpretazione più rispondente perché s’intendono per sensi anche quelli del corpo, il senso della vista, dell’udito, dell’olfatto, del gusto, del tatto. Quello che l’Apostolo temeva si corrompesse è la nostra mente, dove risiede l’integrità della fede. Orsù, anima, conserva la tua verginità, che si dovrà poi fecondare nell’amplesso del tuo sposo. Munite di spine le vostre orecchie, come è stato scritto. (Sermo 341, 4.5)
Per la riflessione
Quello che avvenne in quel paradiso, oggi ancora si verifica nella Chiesa. Nessuno ci induca ad uscire da questo paradiso. Basta che ne siamo usciti una volta. Almeno dopo quell’esperienza, emendiamoci. (Sermo 341, 5.6)
Pensiero agostiniano
Cos’è la verginità dello spirito? Una fede integra, una speranza solida, una carità sincera. (In Io. Ev. 13, 12)
Preghiera
Che io non mi glori delle mie forze! Che io non resti attaccato alla lettera! Disapprovi anzi la letteratura, cioè gli uomini che si gloriano della lettera e confidano stoltamente, da pazzi, nelle loro forze. Che io disapprovi gente di tal fatta; e che mi sia dato di entrare nella potenza del Signore, e in tal modo essere potente proprio quando sono debole. Venga in me il Signore con la sua potenza, mentre io mi ricorderò della giustizia che tu solo possiedi. (En. in Ps. 70, d. 1, 20)
Lettura
La fede necessaria per l’intelligenza
E’ necessaria la spiegazione dello stesso nostro Signore, il quale ci deve dire se veramente fare la volontà del Padre suo significa credere. Chi non sa che fare la volontà di Dio consiste nel compiere l’opera di lui, nel fare quanto a lui piace? Lo afferma esplicitamente lo stesso Signore in un altro passo: Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato (Gv 6, 29). Dice credere in lui, non "credere a lui". Sì, perché se credete in lui, credete anche a lui; non però necessariamente chi crede a lui, crede anche in lui. I demoni credevano a lui, ma non credevano in lui. Altrettanto si può dire riferendoci agli Apostoli: crediamo a Paolo, ma non crediamo in Paolo; crediamo a Pietro, ma non crediamo in Pietro. Ecco, a chi crede in colui che giustifica l’empio, la sua fede gli è tenuta in conto di giustizia (Rm 4, 5). Che significa dunque credere in lui? Credendo, amarlo e diventare suoi amici; credendo, entrare nella sua intimità e incorporarsi alle sue membra. Questa è la fede che Dio vuole da noi, ma che non può trovare in noi se egli stesso non ce la dà. E’ questa la fede che in un altro passo l’Apostolo definisce in modo perfetto dicendo: In Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la incirconcisione, ma la fede che opera nella carità (Gal 5, 6). Non una qualunque fede, ma la fede che opera nella carità. Sia questa la tua fede e comprenderai quanto occorre circa la dottrina. Cosa comprenderai? Che questa dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato (Gv 7, 16); cioè comprenderai che Cristo Figlio di Dio, che è dottrina del Padre, non è da sé, ma è Figlio del Padre. (In Io. Ev. 29, 6)
Per la riflessione
L’intelligenza è il frutto della fede. Non cercare dunque di capire per credere, ma credi per capire. (In Io. Ev. 29, 6)
Pensiero agostiniano
È certo che non ci sarà persona che riesca a toglierti Dio. Tu solo puoi privartene, se fuggi lontano da lui. (En. in Ps. 96, 16)
Preghiera
Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode; grande è la tua virtù e la tua sapienza incalcolabile (Sal 47, 1). (Conf. I, 1.1)
Lettura
La fede e la religiosità di Abramo
La lettura or ora fatta ci ha richiamato alla memoria la già nota religiosità del nostro padre Abramo. Ed è una cosa talmente straordinaria che a nessun uomo, per quanto sia facile a dimenticare, può fuggire dalla memoria. Tuttavia, non so perché, tutte le volte che si legge, come se fosse per la prima volta, desta tanta impressione nella mente degli ascoltatori. Una grande fede, una grande pietà non solo verso Dio, ma anche verso il suo unico figlio, al quale il padre credette non facesse nulla di male quanto nei suoi confronti aveva ordinato di fare colui che l’aveva creato. Abramo infatti aveva potuto essere padre del figlio suo secondo la generazione fisica, ma non creatore ed artefice per un atto di potenza. Difatti, come dice l’Apostolo, Isacco è nato da Abramo non secondo la carne, ma da una promessa (Gal 4, 23). Non perché non l’avesse generato fisicamente, ma perché l’aveva ottenuto quando ormai ne disperava totalmente. E se non ci fosse stata la promessa di Dio, lui, già vecchio, non avrebbe potuto sperare nessuna posterità dal grembo della sposa, anch’essa vecchierella. Ma credette quando doveva nascere, e non pianse quando doveva morire. La sua destra si alza per il sacrificio, quando il figlio deve morire; così come il suo cuore aveva fatto una scelta di fede, quando doveva nascere. Non tentennò, Abramo, nel credere, quando gli veniva fatta la promessa. Non tentennò nell’offrire, quando gli veniva comandato. E la fede di Abramo credente non contrastò con la sottomissione di Abramo obbediente. (Sermo 2, 1)
Per la riflessione
Se Abramo ha fatto bene ad obbedire, molto meglio ed in maniera incomparabile ha fatto Dio dando quell’ordine. (Sermo 2, 1)
Pensiero agostiniano
Dio ha voluto che dipendesse dal tuo arbitrio preparare il posto a Dio o al diavolo. Quando tu gli avrai preparato il posto, chi lo occuperà sarà il tuo sovrano. (En. in Ps. 148, 2)
Preghiera
Veramente, Signore, tu sei giusto, perché tanto proteggi i giusti che li illumini mediante te stesso, e fai in modo che i peccatori siano puniti non dalla tua, ma dalla loro malvagità. (En. in Ps. 7, 19)
Lettura
Il desiderio di Dio
Se sentissimo fino a gemere la nostra condizione di pellegrini, e non amassimo il mondo; se con animo filiale non cessassimo di bussare alla porta di colui che ci ha chiamati! Il desiderio è il recesso più intimo del cuore. Quanto più il desiderio dilata il nostro cuore, tanto più diventeremo capaci di accogliere Dio. Ad accendere in noi il desiderio contribuiscono la divina Scrittura, l’assemblea del popolo, la celebrazione dei misteri, il santo battesimo, il canto delle lodi di Dio, la nostra stessa predicazione: tutto è destinato a seminare e a far germogliare questo desiderio, ma anche a far sì che esso cresca e si dilati sempre più fino a diventar capace di accogliere ciò che occhio non vide, né orecchio udì, né cuor d’uomo riuscì mai ad immaginare. Vogliate, perciò, amare con me. Chi ama Dio, non ama troppo il denaro. Tenendo conto della debolezza umana, non ho osato dire che non si deve amare per niente il denaro. Ho detto che chi ama Dio non ama troppo il denaro, quasi si possa amare il denaro purché non si ami troppo. Oh, se davvero amassimo Dio, non ameremmo affatto il denaro! (In Io. Ev. 40, 10)
Per la riflessione
[Il denaro] sarebbe per te un mezzo che ti serve nella tua peregrinazione, non un incentivo alla tua cupidigia; un mezzo per le tue necessità e non un modo per soddisfare i tuoi piaceri. Usa del mondo senza diventarne schiavo. (In Io. Ev. 40, 10)
Pensiero agostiniano
L’esercizio dell’anima alla fede, alla speranza, alla carità, la rende capace di ricevere ciò che verrà. (Sermo 4, 1)
Preghiera
Tu ci hai chiamati, Signore, noi t’invochiamo. Abbiamo udito la tua voce che ci chiamava, ascolta la nostra voce che t’invoca; portaci dove hai promesso, compi l’opera che hai iniziato: non abbandonare i tuoi doni, non trascurare il tuo campo, finché i tuoi germogli saranno raccolti nel granaio. (In Io. Ev. 40, 10)
Lettura
Crediamo anche noi per conoscere!
Cosa Cristo promette ai credenti, o fratelli? E conoscerete la verità. Ma come? Non l’avevano già conosciuta quando il Signore parlava? Se non l’avevano conosciuta, come avevano potuto credere? Essi non credettero perché avevano conosciuto, ma credettero per conoscere. Crediamo anche noi per conoscere, non aspettiamo di conoscere per credere. Ciò che conosceremo non può essere visto dagli occhi. né udito dagli orecchi, né può essere compreso dal cuore dell’uomo. Che cosa è infatti, la fede, se non credere ciò che non vedi? La fede è credere ciò che non vedi: la verità è vedere ciò che hai creduto, così come altrove dice lo stesso evangelista. Pertanto il Signore, al fine di stabilire la fede, s’intrattenne in un primo tempo qui in terra. Era uomo, si era umiliato, tutti lo vedevano, ma non tutti lo riconoscevano. Rifiutato dalla maggioranza, messo a morte dalla moltitudine, da pochi fu pianto, e tuttavia, anche da questi dai quali fu pianto, non era ancora conosciuto per quel che esattamente era. Tutto ciò era come un tracciare le linee fondamentali della fede e della sua futura struttura, in riferimento alla quale il Signore stesso in altro luogo disse: Chi mi ama, osserva i miei comandamenti; e chi mi ama, sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò e a lui mi manifesterò (Gv 14, 21). Coloro che lo ascoltavano, lo vedevano; tuttavia egli promise che si sarebbe mostrato loro, se lo avessero amato. Così qui dice: Conoscerete la verità. Come? Ciò che hai detto non è la verità? Certo che è la verità, ma essa per ora si deve credere, ancora non la si può vedere. Se si permane in ciò che si deve credere, si giungerà a ciò che si potrà vedere. (In Io. Ev. 40, 9)
Per la riflessione
La fede importa un certo qual abbassamento: nella visione, nell’immortalità, nell’eternità non v’è alcun abbassamento; tutto è grandezza, elevatezza, piena sicurezza, eterna stabilità, senza timore di attacchi nemici o di fine. (In Io. Ev. 40, 8)
Pensiero agostiniano
Prima di vedere, credi; così sarai guarito e riuscirai a vedere. Al giusto è sorta una luce; la felicità ai retti di cuore. (En. in Ps. 96, 19)
Preghiera
Ho fede di vedere i beni del Signore nella terra dei viventi. E perché tutte queste cose per primo ha sofferto il mio Signore, se anche io disprezzerò le lingue di coloro che muoiono, ho fede di vedere i beni del Signore nella terra dei viventi, ove non c’è posto per la falsità. (En. in Ps. 26, I, 13)
Lettura
Perseveriamo fermamente nel cammino della fede
Non cercare cose che sono troppo alte per te e non ti occupare di cose che superano le tue forze (Sir 3, 22). Non che la conoscenza di questi misteri ci sia negata, dato che Dio, nostro maestro, ci dice che non c’è nulla di occulto che non sarà svelato (Mt 10, 26); ma se proseguiamo il cammino intrapreso, come dice l’Apostolo, Dio non solo ci rivelerà ciò che ignoriamo e che pure dobbiamo sapere, ma altresì ciò che noi non abbiamo inteso rettamente. Il cammino che abbiamo intrapreso è il cammino della fede: perseveriamo fermamente in essa e ci introdurrà nei segreti del Re, dove sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza. Non era certo per invidia che il Signore Gesù Cristo diceva ai suoi grandi e particolarmente eletti discepoli: Ho ancora molte cose da dirvi, ma adesso non siete in condizione di portarle (Gv 16, 12). Dobbiamo camminare, progredire, crescere, affinché i nostri cuori diventino capaci di contenere quelle cose che adesso non siamo in grado di accogliere. E se l’ultimo giorno ci troverà in cammino, conosceremo lassù ciò che qui non siamo riusciti a conoscere. (In Io. Ev. 53, 7)
Per la riflessione
Ascoltiamo il Signore, che comanda e aiuta: comanda ciò che dobbiamo fare e ci aiuta affinché possiamo farlo. (In Io. Ev. 53, 8)
Pensiero agostiniano
Al Signore bisogna chiedere la forza, perché le seduzioni non ci avvincano e le contrarietà non ci spezzino. (Sermo 20, 2)
Preghiera
Tu ci hai chiamati, Signore, noi t’invochiamo. Abbiamo udito la tua voce che ci chiamava, ascolta la nostra voce che t’invoca; portaci dove hai promesso, compi l’opera che hai iniziato: non abbandonare i tuoi doni, non trascurare il tuo campo, finché i tuoi germogli saranno raccolti nel granaio. (In Io. Ev. 40, 10)
Lettura
La condizione dell’uomo mortale
Tu conoscesti la mia condizione finale, quando stavo pascendo i porci; avevi anche conosciuto la mia condizione di prima, quando venni a chiederti la porzione della mia eredità. Le vicende iniziali furono l’origine dei mali successivi. Vicenda iniziale fu il peccato che ci fece decadere; sorte conclusiva è la pena, per la quale ci troviamo nel presente stato di mortalità penosa e pericolosa. E volesse il cielo che sia questa la nostra condizione estrema! Lo sarà se noi, da questo stato di miseria, ci decidiamo a tornare sui nostri passi. Altrimenti ci sarà un’altra meta ancor più remota: quella estrema miseria riservata agli empi ai quali sarà detto: Andate nel fuoco eterno che è preparato per il diavolo e i suoi angeli (Mt 25, 41). Quanto a noi, fratelli, è vero che fino ad un certo limite abbiamo abbandonato Dio. Ci bastino però gli stenti che soffriamo per la mortalità della nostra vita. Ricordiamoci del pane [che abbonda] presso il Padre nostro; ripensiamo alla felicità che regna nella casa del nostro Padre. Non ci deliziamo delle ghiande dei porci, delle dottrine dei demoni. Ecco, o Signore, tu sai tutto, le cose più recenti e le più antiche. Le condizioni finali in cui mi son ridotto; le condizioni iniziali, cioè del tempo in cui ti offesi. Tu mi hai modellato e hai posto su di me la tua mano. Quando mi hai modellato? Quando mi collocasti nella presente condizione mortale destinandomi agli stenti tra i quali tutti nasciamo. È vero infatti che nessun uomo nasce senza che Dio lo plasmi nel grembo di sua madre e che non c’è alcuna creatura di cui egli non sia l’artefice. Tuttavia Mi hai modellato [si riferisce] al presente affanno, e hai posato su di me la tua mano [è detto del] la mano punitrice che grava sui superbi. Dio infatti ha voluto in questa maniera abbattere l’orgoglioso per sollevare l’umile. Tu mi hai modellato e hai posto su di me la tua mano. (En. in Ps. 138, 7)
Per la riflessione
Signore, hai permesso che io mi inoltrassi fra gli stenti per quelle mie vie, suggerendomi insieme, però, che, se mi fosse piaciuto essere esente da fatica, tornassi a percorrere le vie tue. (En. in Ps. 138, 6)
Pensiero agostiniano
In tutto, sia in ciò che ti elargisce, sia in ciò in cui ti castiga, tu [sempre] loderai Dio. (Sermo 19, 4)
Preghiera
O Dio, con la cui potenza vinciamo l’Avversario; o Dio, che abbiamo accolto per non soggiacere a morte totale; o Dio, dal quale siamo stimolati alla vigilanza: ti scongiuro. (Soliloquia I, 1.3)
Lettura
Solo amando Dio, amiamo noi stessi
Sebbene si debba amare Dio, sé stessi e il prossimo con l’amore ch’esige la legge divina, non per questo furono dati tre precetti e non fu detto: "Da questi tre precetti", ma: Da questi due precetti dipende tutta la Legge e i Profeti, ossia dall’amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta l’intelligenza e il prossimo come se stessi. Con ciò Dio volle farci capire, naturalmente, che non esiste altro vero amore, con cui si ama se stessi, tranne quello di Dio. Deve infatti dirsi che amarsi in modo diverso è odiarsi. Poiché in tal modo l’uomo diventa malvagio e si priva della luce della giustizia per il fatto d’allontanarsi dal bene migliore e superiore e rivolgersi ai beni più meschini e inferiori, anche se si volge solo verso se stesso. Allora, a proposito di lui, s’avvera quanto sta scritto con verità: Chi ama la malvagità, odia se stesso (Sal 10, 6). Poiché quindi nessuno ama se stesso se non amando Iddio, non era necessario che, oltre al precetto d’amare Dio, fosse dato anche quello d’amare se stessi, poiché chi ama Dio, ama anche se stesso. Dobbiamo dunque amare anche il prossimo come noi stessi, in modo da condurre ad adorare Iddio chiunque ci sarà possibile consolare con la beneficenza, ammaestrare con la scienza, frenare col castigo, sapendo che da questi due precetti dipende tutta la Legge e i Profeti. (Ep. 155, 4.15)
Per la riflessione
È impossibile che chi ama Dio non ami se stesso; anzi sa amarsi, solo chi ama Dio. (De moribus Ecclesiae Cath. I, 26.48)
Pensiero agostiniano
Dove c’è l’amore del prossimo, c’è necessariamente anche l’amore di Dio. (In Io. Ev. 83, 3)
Preghiera
Signore Dio mio, possa il loro animo fraterno amare in me ciò che tu insegni ad amare, deplorare in me ciò che tu insegni a deplorare. Il loro animo fraterno, lo potrà fare; non così un animo estraneo, dei figli di un altro, la cui bocca ha detto vanità, la cui mano è mano iniqua (Sal 143, 7). Un animo fraterno, quando mi approva, gode per me; quando invece mi disapprova, si contrista per me, poiché nell’approvazione come nella disapprovazione sempre mi ama. (Conf. X, 4.5)
Lettura
Per vedere Dio bisogna amare il prossimo
Sempre, in ogni istante, dovete ricordarvi che si deve amare Dio e il prossimo: Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, e il prossimo come noi stessi (Lc 10, 27). Questo è ciò che dovete pensare sempre, meditare sempre, ricordare sempre, praticare sempre, compiere sempre alla perfezione. L’amore di Dio è il primo che viene comandato, l’amore del prossimo è il primo che si deve praticare. Enunciando i due precetti dell’amore, il Signore non ti raccomanda prima l’amore del prossimo e poi l’amore di Dio, ma mette prima Dio e poi il prossimo. Ma siccome Dio ancora non lo vedi, meriterai di vederlo amando il prossimo. Amando il prossimo rendi puro il tuo occhio per poter vedere Dio come chiaramente dice Giovanni: Se non ami il fratello che vedi, come potrai amare Dio che non vedi? (1Gv 4, 20). Ti vien detto: ama Dio. Se tu mi dici: mostrami colui che devo amare, ti risponderò con Giovanni: Nessuno ha mai veduto Dio (Gv 1, 18). Con ciò non devi assolutamente considerarti escluso dalla visione di Dio, perché l’evangelista afferma: Dio è carità, e chi rimane nella carità rimane in Dio (1Gv 4, 16). Ama dunque il prossimo, e mira dentro di te la fonte da cui scaturisce l’amore del prossimo: ci vedrai, in quanto ti è possibile, Dio. Comincia dunque con l’amare il prossimo. (In Io. Ev. 17, 8)
Per la riflessione
Amando il prossimo ed interessandoti di lui, tu camminerai. Quale cammino farai, se non quello che conduce al Signore Iddio, a colui che dobbiamo amare con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente? Al Signore non siamo ancora arrivati, ma il prossimo lo abbiamo sempre con noi. Porta dunque colui assieme al quale cammini, per giungere a Colui con il quale desideri rimanere per sempre. (In Io. Ev. 17, 9)
Pensiero agostiniano
Per poter vedere Dio, purifichiamo i nostri cuori con la fede, risaniamoli con la carità, rafforziamoli nella pace, sapendo che il nostro stesso amore scambievole proviene da colui che desideriamo vedere. (Sermo 23, 18)
Preghiera
O Dio, sotto il quale è il tutto, nel quale il tutto, col quale il tutto: ascolta, ascolta, ascolta me nella maniera tua, soltanto a pochi ben nota. (Soliloquia I, 1.4)
Lettura
L’amore ordinato a Dio
Secondo giustizia e santità vive colui che sa stimare rettamente le cose. Per avere quindi un amore ben ordinato occorre evitare quanto segue: amare ciò che non è da amarsi, amare di più ciò che è da amarsi di meno, amare ugualmente ciò che si dovrebbe amare o di meno o di più, o amare di meno o di più ciò che deve essere amato allo stesso modo. Il peccatore, chiunque esso sia, in quanto peccatore non è da amarsi; l’uomo, ogni uomo, in quanto è uomo, lo si deve amare per amore di Dio; Dio lo si deve amare per se stesso. E se Dio deve essere amato più di qualsiasi uomo, ciascuno deve amare Dio più di se stesso. Inoltre, il nostro simile va amato più del nostro corpo, poiché, se ogni essere va amato per il rapporto che ha con Dio, chi è uomo come noi può conseguire con noi il godimento di Dio, cosa che al corpo non è consentita, in quanto il corpo vive perché ha l’anima ed è attraverso l’anima che noi raggiungiamo il godimento di Dio. (De doctrina christiana 27.28)
Per la riflessione
Di tutte le cose che giovano alla sua vita nessuna è migliore e più eccellente dell’anima. Sicché il bene supremo del corpo non è il piacere, non l’assenza di dolori, non la forza, non la bellezza, non l’agilità, né alcun’altra delle qualità che siamo soliti enumerare tra i beni del corpo, ma solamente l’anima. (De moribus Ecclesiae Cath. I, 5.7)
Pensiero agostiniano
La carità, che si occupa con sollecitudine dei suoi figli come una balia, antepone i più deboli ai più forti, non secondo una graduatoria dell’amore, ma del bisogno di aiutare i più deboli. (Ep. 139, 3)
Preghiera
O Dio, sopra del quale non c’è nulla, fuori del quale nulla e senza del quale nulla: ascolta, ascolta, ascolta me nella maniera tua, soltanto a pochi ben nota. (Soliloquia I, 1.4)
Lettura
La beatitudine consiste nel possedere Dio, sommo Bene
Seguire Dio è il desiderio della beatitudine, possederlo la beatitudine stessa. Ma lo seguiamo amandolo e lo possediamo non già divenendo proprio come lui, ma molto simili ed essendo in rapporto con lui in un modo straordinario e chiaro, cioè circonfusi e immersi nella luce della sua verità e santità. Egli infatti è la luce stessa dalla quale ci è concesso di essere illuminati. Dunque il massimo comandamento e il primo che conduce alla vita beata è questo: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Infatti tutto concorre al bene di coloro che amano Dio (Dt 6, 5). È per questo che, poco dopo, il medesimo Paolo dice: Sono sicuro che né la morte, né la vita, né gli angeli, né la virtù, né il presente, né il futuro, né l’altezza, né la profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dalla carità di Dio, che è in Gesù Cristo nostro Signore (Rm 8, 38-39). Se, pertanto, per coloro che amano Dio tutto concorre al bene, nessuno dubita che il sommo bene, che è chiamato anche il bene supremo, non solo debba essere amato, ma debba esserlo in modo che niente dobbiamo amare di più. Questo significano ed esprimono le parole con tutta l’anima, con tutto il cuore e con tutta la mente. Di grazia, chi dubiterà, stabilite tutte queste idee e fermamente credute, che per noi non c’è niente altro di più eccellente che Dio, a raggiungere il quale bisogna affrettarsi, prima di tutto il resto? Parimenti, se nessuna cosa ci separa dalla sua carità, che ci può essere non solo di migliore, ma anche di più sicuro di questo bene? (De moribus Ecclesiae Cath. I, 11.18)
Per la riflessione
Chi mi farà riposare in te, chi ti farà venire nel mio cuore a inebriarlo? Allora dimenticherei i miei mali, e il mio unico bene abbraccerei: te. Cosa sei per me? Abbi misericordia, affinché io parli. E cosa sono io stesso per te, perché tu mi comandi di amarti e ti adiri verso di me e minacci, se non ubbidisco, gravi sventure? (Conf. I, 5.5)
Pensiero agostiniano
Dio è più grande e più buono di ogni cosa, egli deve essere amato più di ogni altra cosa, perché sia adorato. (En. in Ps. 77, 20)
Preghiera
Tu, Signore, sai la mia inesperienza e la mia infermità: ammaestrami e guariscimi. Il tuo Unigenito, in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2, 3), mi riscattò con il suo sangue. (Conf. X, 43.70)
Lettura
L’amore di Dio per le sue creature
L’Apostolo afferma: Iddio dimostra il suo amore verso di noi per il fatto che, proprio mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5, 8-9). Iddio nutriva amore per noi anche quando, comportandoci da nemici nei confronti di lui, noi commettevamo l’iniquità; e, tuttavia, a suo riguardo è stato detto con tutta verità: Tu, o Signore, hai in odio tutti quelli che operano l’iniquità (Sal 5, 7). Per cui, in un modo mirabile e divino, egli ci amava anche quando ci odiava; odiava quanto in noi egli non aveva fatto, ma siccome la nostra iniquità non aveva distrutto totalmente l’opera sua, egli sapeva odiare in ognuno di noi quanto era opera nostra, e insieme amare l’opera sua. E ciò si può applicare per tutto il resto, dato che con tutta verità a lui sono rivolte queste parole: Tu non odi niente di ciò che hai fatto (Sap 11, 25). Se infatti avesse odiato qualcosa non l’avrebbe voluta, né potrebbe sussistere una cosa che l’Onnipotente non avesse chiamato all’esistenza: e non l’avrebbe chiamata se nella cosa che odia non ci fosse stato almeno qualcosa che egli potesse amare. Con ragione odia il male e lo riprova, perché contrario alla regola della sua arte; tuttavia anche in ciò che è contaminato dal male, ama o la grazia con cui lo risana, o il suo giudizio con cui lo condanna. (In Io. Ev. 110, 6)
Per la riflessione
Correggi ciò che tu hai fatto, affinché si salvi ciò che in te fece il Signore. Se questo non vuoi farlo, è segno che ami e resti attaccato ai tuoi peccati e sei perciò contrario a Cristo. Non importa che tu sia dentro o fuori la Chiesa: tu sei in ogni caso un anticristo; dentro o fuori che tu sia, sei paglia. Perché allora non sei fuori? Perché non hai ancora incontrato il vento. (In 1 Io. Ep. 3, 9)
Pensiero agostiniano
Ciascuno è tale quale l’amore che ha. Ami la terra? Sarai terra. Ami Dio? Dovrei concludere: tu sarai Dio. Ma non oso dirlo io e perciò ascoltiamo la Scrittura: Io ho detto: Voi siete dèi e figli tutti dell’Altissimo (Sal 81, 6). (In 1 Io. Ep. 2, 14)
Preghiera
Dio Uno sei tu e tu vieni in mio aiuto; tu una, eterna e vera sussistenza, dove non ci sono discordia, oscurità, cambiamento, bisogno, morte. (Soliloquia I, 1.4)
Lettura
Dio è il sommo bene a cui si deve tendere con il più grande amore
Vediamo come il Signore stesso nel Vangelo ci ha ordinato di vivere e come anche l’apostolo Paolo. Ascoltiamo dunque quale bene finale tu, o Cristo, ci prescrivi: non c’è dubbio, sarà quello a cui ci comandi di tendere con il più grande amore. Sta scritto: Amerai il Signore Dio tuo (Mt 22, 37). Dimmi anche, te ne prego, la misura di questo amore; temo infatti di essere infiammato dal desiderio e dall’amore del mio Signore più o meno di quanto sia necessario. Con tutto il tuo cuore, dice; ma non basta. Con tutta la tua anima; ma non basta neppure questo. Con tutta la tua mente. Che si vuole di più? Lo vorrei forse, se vedessi che vi può essere dell’altro. E che cosa aggiunge Paolo a queste parole? Noi sappiamo, egli dice, che tutte le cose concorrono al bene di coloro che amano Dio (Rm 8, 28). Che dica anche lui la misura dell’amore. Chi dunque, dice, ci separerà dalla carità di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? (Rm 8, 35) Abbiamo udito ciò che si deve amare e in quale misura: vi dobbiamo tendere assolutamente, vi dobbiamo riportare tutte le nostre determinazioni. (De moribus Ecclesiae Cath. I, 8.13)
Per la riflessione
Dammi te stesso, Dio mio, restituiscimi te stesso. Io ti amo. Se così è poco, fammi amare più forte. (Conf. XIII, 8.9)
Pensiero agostiniano
Non vi è invito più efficace ad amare che esser primi nell’amare. (De catech. rudibus 4.7)
Preghiera
Riscatta, Dio, il tuo popolo, che hai preparato alla tua visione, dalle sue tribolazioni, e non soltanto da quelle che subisce dall’esterno ma anche da quelle che sopporta nell’intimo. (En. in Ps. 24, 22)
Lettura
Godiamo se tutti gli uomini amano Dio
Tutti gli uomini debbono essere amati ugualmente, ma se non ti è possibile intervenire a vantaggio di tutti, devi di preferenza interessarti di coloro che ti sono strettamente congiunti per circostanze di luogo, di tempo o di qualsiasi altro genere, che la sorte ti ha per così dire assegnato. Fa’ il caso che tu fossi nell’abbondanza di qualcosa da doversi dare a chi non ne ha, ma che fosse impossibile darne a due. Se ti si presentassero due persone, delle quali nessuna è più povera dell’altra o più legata a te da qualche parentela, niente di più corretto potresti fare che tirare a sorte colui al quale dare quell’oggetto che non può essere dato a tutti e due. Allo stesso modo per il caso di più uomini che non puoi aiutare tutti contemporaneamente. È una specie di scelta fatta dalla sorte, se qualcuno ti è unito in un grado superiore per legami temporali.
Una parola su tutti coloro che insieme con noi possono fruire del godimento di Dio. Una parte ne amiamo perché ci è dato aiutarli, una parte perché siamo aiutati da loro; una parte perché abbiamo bisogno del loro aiuto o perché ci è dato di soccorrere alla loro indigenza; una parte senza che noi arrechiamo loro dei vantaggi né attendiamo che ci vengano arrecati da loro. In ogni caso dobbiamo volere che tutti amino Dio insieme con noi e a quest’ultimo fine dobbiamo riferire tutto l’aiuto che loro diamo o da loro riceviamo. (De doctrina christiana 28.29-29.30)
Per la riflessione
Ma non so se questi due amori arrivano insieme alla pienezza della perfezione oppure se è l’amore di Dio a cominciare e l’amore del prossimo a pervenirvi per primo. Infatti, per cominciare forse è la carità divina che ci attira più presto a sé, e noi, d’altra parte, raggiungiamo la perfezione più facilmente nelle cose minori. Comunque sia, bisogna tener conto soprattutto di ciò: che nessuno si illuda di pervenire alla beatitudine e a Dio che ama, senza curarsi del prossimo. (De moribus Ecclesiae Cath. I, 26.51)
Pensiero agostiniano
Cresca in noi la gloria di Dio e diminuisca la nostra gloria, così che anch’essa cresca in Dio. (In Io. Ev. 14, 5)
Preghiera
Affido alle tue mani, o Padre sapientissimo ed ottimo, la salute di questo mio corpo fintantoché non so quale vantaggio posso avere da esso per me e per coloro che amo. Per esso ti chiederò, Padre, ciò che secondo l’opportunità tu m’ispirerai. (Soliloquia I, 1.6)
Lettura
Niente è così duro e così resistente da non essere vinto dal fuoco dell’amore
L’amore del quale parliamo, e che deve essere infiammato per Dio di tutto l’ardore della santità, è chiamato temperante in quanto non brama queste cose, forte in quanto le abbandona. Ma di tutte le cose che si possiedono in questa vita il corpo è per l’uomo la catena più pesante, secondo le giustissime leggi di Dio, a causa dell’antico peccato, del quale nulla è più noto per parlarne, nulla più segreto per comprenderlo. Questo vincolo, dunque, per non essere scosso e messo in pericolo, turba l’anima con il terrore della fatica e del dolore e, per non essere travolto e annientato, la turba con il terrore della morte. Essa in effetti lo ama per la forza dell’abitudine, senza comprendere che, se lo usa bene e in modo intelligente, lo sottometterà al suo dominio senza alcuna molestia quando la potenza e la legge divina l’avranno resuscitato e rinnovato. Ma dopo che con questo amore si sarà convertita interamente a Dio e avrà conosciute queste cose, non solo non disprezzerà la morte, ma addirittura la desidererà.
Rimane l’aspro combattimento con il dolore. Niente tuttavia è così duro e così resistente da non essere vinto dal fuoco dell’amore. Quando, per merito suo, l’anima sarà rapita in Dio, essa volerà libera e degna di ammirazione sopra tutti i tormenti con ali bellissime e purissime, sulle quali l’amore casto si sostiene per abbracciare Dio. (De moribus Ecclesiae Cath. I, 22.40-41)
Per la riflessione
Chiunque con il rischio di perdersi desidera le cose terrene è sotto la terra. Avendo preferito a se stesso la terra, ha come posto la terra sopra di sé, e se stesso sotto la terra. (En. in Ps. 62, 18)
Pensiero agostiniano
Dove non c’è la carità di Dio, è la passione della carne a regnare. (Enchiridion 31.117)
Preghiera
O Signore, tutto perisca, sbarazziamoci di queste vane futilità e votiamoci unicamente alla ricerca della verità. (Conf. VI, 11.19)
Lettura
Amore di Dio e amore del mondo
Lottano tra loro in questa vita, in ogni tentazione, due amori: l’amore del mondo e l’amore di Dio. Quello dei due che vince trae dalla sua parte, come per una forza di gravità, colui che tende ad esso. A Dio non veniamo con ali o con i piedi, ma con l’affetto. Per un contrario affetto anche alla terra siamo attaccati, non per nodi o legami fisici. Cristo è venuto a mutare la direzione dell’amore e a mutare l’uomo, da amatore che era di cose terrene ad amatore di vita celeste. Fattosi uomo per noi, lui che ci ha fatto uomini, lui Dio, ha assunto la natura umana per farci da uomini dèi. Questa gara ci viene proposta: una lotta con la carne, una lotta col diavolo, una lotta col mondo. Ma dobbiamo avere fiducia, perché chi ha indetto la gara, non sta lì come spettatore senza darci aiuto e neanche ci esorta a presumere delle nostre forze. Chi presume infatti delle proprie forze, in quanto è uomo, si fida delle forze dell’uomo. Ed è detto: Maledetto l’uomo che confida nell’uomo (Ger 17, 5). I martiri che ardevano della fiamma di questo pio e santo amore bruciarono la paglia della carne con la forza dell’animo e giunsero integri nello spirito presso Colui da cui erano stati accesi. Anche alla carne, che sia stata capace di disprezzare le cose di questa sfera materiale, sarà dato il dovuto onore nella risurrezione dei morti. La carne è stata seminata in ignominia per risorgere nella gloria. (Sermo 344, 1)
Per la riflessione
Ama il padre, ma non amarlo più del Signore; ama chi ti ha generato, ma non più di chi ti ha creato. […] Ama dunque tuo padre, ma non più del tuo Dio. Ama tua madre, ma non più della Chiesa che ti ha generato alla vita eterna. (Sermo 344, 2)
Pensiero agostiniano
Si ama il mondo, ma venga anteposto Colui dal quale è stato creato il mondo. (Sermo 96, 4)
Preghiera
Perché sei tu, Dio, che mi hai fatto, non sterminarmi; colpiscimi soltanto affinché progredisca, non perché venga meno; percuotimi soltanto perché cresca, non perché diminuisca. (En. in Ps. 17, 38)
Lettura
L’amore per Dio e per i parenti
Così rispose il Signore: Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? (Mt 12, 48) Per questa espressione, per aver detto cioè il Signore: Chi è mia madre?, alcuni hanno voluto sostenere che Cristo sia stato senza madre. Ma con quale fondamento? Furono forse senza padre Pietro e Giovanni e Giacomo e gli altri Apostoli? Eppure di loro cosa si dice? Non chiamate nessuno vostro padre sulla terra, poiché uno solo è il padre vostro, quello che sta nei cieli (Mt 23, 9). Lo stesso insegnamento che impartiva ai discepoli trattando del padre inculcava presentando il caso della sua propria madre. È infatti volontà del Signore che a ogni legame di parentela carnale preferiamo Dio. Se onori il padre perché ti è padre, onora Dio perché è tuo Dio. Tuo padre ti ha generato contribuendo con la sua carne, Dio ti ha creato intervenendo con la sua potenza. Nessun padre si adiri quando gli viene preferito Dio; anzi, goda perché talmente grande è l’onore a lui tributato che, per trovare uno superiore a lui, sia necessario risalire fino a Dio. Che dirò dunque? Cosa diceva il Signore? Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Stese le mani sui discepoli e disse: Ecco mia madre e i miei fratelli. Se erano fratelli, come potevano essere anche sua madre? Aggiunse: Chi infatti compie la volontà del Padre mio, questi è mio fratello e sorella e madre (Mt 12, 46-50). Probabilmente fratello in relazione al fatto che nella Chiesa ci sono maschi, sorella per le donne, che Cristo ugualmente annovera fra le sue membra. Ma madre per quale altro motivo se non perché nella persona del cristiano c’è lo stesso Cristo e ogni giorno la Chiesa partorisce di questi cristiani mediante il battesimo? (En. in Ps. 127, 12)
Per la riflessione
Se onori il padre perché ti è padre, onora Dio perché è tuo Dio. (En. in Ps. 127, 12)
Pensiero agostiniano
Ama il padre, ma non amarlo più del Signore, ama chi ti ha generato, ma non più di chi ti ha creato. (Sermo 344, 2)